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sabato 14 ottobre 2017

IL VERO SIGNIFICATO DEL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA DEL 22 OTTOBRE


Milano - Il mese di ottobre, nella storia, ha sempre fatto rima, almeno da un secolo a questa parte, con profondi cambiamenti. Quello di quest’anno, poi, rischia di riscrivere la nostra storia ed il futuro che ci attende fra il referendum sull’indipendenza della Catalogna salito alla ribalta dell’opinione pubblica mondiale, dopo la barbarie perpetrata dalla Spagna. E quello che proprio alla luce di quanto sta accadendo a Barcellona in queste settimane, si terrà il 22 ottobre in Lombardia e Veneto ed assume un valore assai più che simbolico.
Di questo si è parlato nel corso di un interessante incontro organizzato dal “Tea Party” nel capoluogo lombardo, e che ha visto la partecipazione del prof. Marco Bassani e di Giancarlo Pagliarini.
La principale preoccupazione, emersa durante la serata, riguarda l’affluenza alle urne che rischia di essere davvero bassa, e che potrebbe dunque svilire il significato di quello che appare agli occhi dei più attenti, quale occasione unica ed irripetibile evidenziare la voglia di affrancamento delle regioni che producono la maggior parte del PIL nazionale dalla voracità di Roma ladrona.

“Stiamo constatando una forma di comunicazione – ha rilevato Stefano Magni del Tea Party Lombardia - assai fredda ed informale, ed il risultato è che tutti sanno che il 22 ottobre si andrà a votare. Ma nessuno in realtà sa per che cosa si vota. La verità è che siamo in un periodo storico assai particolare, così come ci sta dimostrando la Catalogna. Chi è contro il referendum in Lombardia, agita lo spauracchio dei catalani, non mancando di tirare in ballo quale puerile motivazione che si tratta di popoli pericolosi e sconsiderati, come quelli che hanno votato per la Brexit o per Trump. Ed etichettando, questa consultazione popolare, come il primo passo di un’opera di sovversione istituzionale. Dall’altra parte, invece, i leader nazionali della Lega Nord ed in primis Matteo Salvini, si affannano a specificare che questo è un referendum legale che nulla ha a che vedere con quello catalano, con cui si intende ottenere maggiore autonomia, nell’ambito della carta costituzionale. Nessuno dei due, però, nel concreto spiega di cosa si sta parlando. E lo abbiamo visto anche sulla carta stampata, con due editoriali di segno opposto. Uno abbastanza duro di Giorgia Meloni che ha bollato quale antipatriottico questo referendum; dall’altro lato, ha risposto il giorno dopo per le rime Vittorio Feltri che invece ha invitato i contrari di smetterla di piangere e di andare a lavorare, iniziando magari a prodursi da soli i soldi con il lavoro”.
La serata è poi entrata nel vivo, con gli interventi di Marco Bassani e Giancarlo Pagliarini che hanno sviscerato con le consuete lucidità e chiarezza che li contraddistingue tutte le tematiche più importanti, legate a questa consultazione referendaria che – ricordiamo – può avere degli interessanti risvolti anche in un Sud che dovrebbe iniziare a rimboccarsi seriamente le maniche, se vorrà davvero riservarsi un futuro dignitoso.

“Lo stesso giornale citato in precedenza, (“Il Tempo”, nda) in questi giorni, – ha esordito Bassani - non sta lesinando nel pubblicare una serie di articoli giornalistici profondamente anti-lombardi ed anti-veneti, con una virulenza nei toni che non ho visto neppure nel 1996, nei giorni per intenderci della marcia del Po. Roba che già di per sé, dovrebbe spingere anche i più scettici a recarsi alle urne. Ma c’è di più. In particolare, c’è n’è uno in cui – pensate un po’ – ci hanno etichettato addirittura come “più terroni dei terroni”, ed è stracolmo di falsità dall’inizio alla fine. Basandosi sull’assurda tesi dell’evasione fiscale che, purtroppo, in Lombardia è fra le più basse d’Europa (fra l’11 ed il 12%) e questo permette di reggere ancora in piedi l’Italia. Qualunque ricchezza che viene prodotta qui, dall’anno 1.000, non sfugge alle grinfie del Fisco da svariate generazioni. In Calabria, siamo al 39% ma se fosse più bassa a me farebbe piacere perché ci troveremmo con un residuo fiscale che qui salirebbe addirittura a 100 miliardi di euro. Stiamo pagando il socialismo degli altri, con una spessa pubblica fra le più basse a livello europeo ma con un livello di tassazione inaccettabile. I soldi dei lombardi stanno finendo, e se appoggio questo referendum lo faccio con un certo scetticismo. Questo perché non si tratta più di giochetti fra la linea fascio-itagliana di Salvini e l’area di Maroni, ma molto più semplicemente di un qualcosa che assume un significato diverso. Se dovessero recarsi alle urne un alto numero di cittadini, con una valanga di sì, si porrebbe il problema della schiavitù fiscale dei lombardi che, stando a quello che dice l’articolo 3 della costituzione, dovrebbero essere uguali agli altri. Ma così affatto non è per il Fisco, visto che siamo sottoposti ad una rapina fiscale che finisce a settembre per finanziare sovvenzioni che fra l’altro non vanno manco a finire al Sud. Essere schiavi fiscali significa che per generare 1 euro di spesa pubblica, equivalente a 40 centesimi reali, dobbiamo spendere 2,45 euro di tasse contro gli 0,27 pagati invece dal cittadino calabrese.

Ovvero 10 volte tanto, ma con la differenza che il cittadino calabrese riceve lo stesso risultato del lombardo ma spendendo molto meno. Si tratta di una sperequazione che non ha eguali nella storia dell’umanità, ed uno dei più grandi misteri è quello di capire dove vanno a finire i circa 60 miliardi di euro di residuo fiscale. Insomma, si tratta di uno scherzo che non solo ci costa ogni anno un occhio della testa ma, aggiungendo oltre al danno anche la beffa, qualcuno si prende la briga pure di etichettarci “più terroni dei terroni”. A qualcuno potrebbero pure girare, ma qui c’è un punto fondamentale. È un processo storico perché non abbiamo ancora capito che essere schiavi fiscali significa essere schiavi storici. La schiavitù in Europa è nata proprio così e la spremitura fiscale, con un PIL che continuerà a diminuire, ci porterà a svendere i nostri corpi nel senso che lavoreremo per lo stato avendo in cambio appena lo stretto necessario per sopravvivere. Il rapporto fra fisco, tasse e schiavitù non è stato ancora ben compreso, quando si tratta di qualcosa di assai importante. Non so se dietro c’è una lotta interna o di partito, ma sta di fatto che se come temo il prossimo 22 ottobre ci sarà una scarsa partecipazione alle urne, significa allora che gli altri continueranno a spendere i nostri soldi. Tutta la ricchezza da noi posseduta, servirà solo a compensare il debito contratto dallo stato. Per quanto riguarda il Sud, voglio dire che i meridionali non sono secondi a nessuno come storia, tradizioni e cultura ma hanno il problema che fanno parte dello stato italiano che perpetua a trattarli come bisognosi di attenzioni. Il Mezzogiorno dovrebbe iniziare a chiedersi non perché la Lombardia ed il Veneto spingono per l’autonomia, quanto piuttosto maggiore autonomia per sé stesso. Anche se mi rendo conto che non è affatto facile perché a giusta ragione i suoi cittadini ripongono scarsa fiducia nella classe politica che li esprime”.
Ancora più semplice la descrizione fatta da Giancarlo Pagliarini che, citando l’esempio del bicchiere di birra a Milano ad un cittadino polacco, pagata dalla Lombardia e non più da Roma ha provato a rendere meglio l’idea sul tema delle eventuali, maggiori competenze che spetterebbero alla regione più produttiva dello stivale. Provando anche a sanare un innegabile deficit comunicativo, visto che l’informazione sul contenuto ed il significato di questo referendum continua purtroppo a latitare.

“Con chiunque ne ho parlato in questi giorni – ha affermato senza misure, l’ex ministro del Bilancio ai tempi del primo governo Berlusconi – appena 3 su 100 sanno di cosa si tratta. In realtà, questo è un quesito di una banalità incredibile, ma non l’hanno spiegato perché la gente ancora non capisce cos’è. Non c’entra nulla il discorso dell’autonomia, magari fosse così. Si tratta di un qualcosa a somma zero perché con questo referendum, giusto per essere più chiari, la Lombardia riceve un compito che prima spettava a Roma, pagando di tasca propria. Con la sola differenza che potrà trattenersi ciò che resta, perché da 100 di tasse in meno a Roma. E magari, poiché le avanzano più soldi, può ridurre le tasse o mettere su strada qualche autobus in più. Ed invece, stiamo sentendo delle cose assurde perché gli altri 97 pensano che togliamo i soldi alla Calabria o addirittura iniziamo la secessione. Il testo, a dire il vero abbastanza comprensibile, che è stato usato, alla fine è quello del M5S, e si attiene in sostanza all’articolo 116 della Costituzione che parla delle competenze che spettano alle Regioni. Qualcuno potrà dire che poteva essere aperto un tavolo quando, in realtà nelle precedenti 5 volte, Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno sì provato a farlo, ma gli è sempre stato detto no. Chi obietta che è possibile aprire un tavolo, è in palese malafede. Solo una partecipazione massiccia e plebiscitaria può cambiare la situazione perché se non dovessimo riuscire neppure a raggiungere il 50% degli aventi diritti al voto, è tutto inutile. Se nessuno si prende la briga di informare i cittadini, prepariamoci ad una vera tragedia perché i burocrati di stanza a Roma potranno tranquillamente obiettare che alla gente non gliene frega niente. Se questo referendum è utile ai cittadini lombardi, ai politici non interessa perché lottano solo per il potere, contrariamente a ciò che accade in Svizzera dove invece la prima preoccupazione è quella di curare gli interessi degli elettori. La tendenza – ha quindi concluso – è che gli stati nazionali sono destinati inevitabilmente ed irreversibilmente a disgregarsi”.

Naturalmente, non poteva mancare anche una riflessione sulle vicende della Catalogna il cui futuro, in queste ore, appare quanto mai incerto ed imprevedibile, anche alla luce del discorso del proprio presidente Carles Puidgemont alla Generalitat.
Secondo il professor Bassani “il referendum catalano potrebbe aprire una clamorosa falla all’interno della diga spagnola, che rischia di crollare del tutto sotto i colpi della Galizia, della Navarra, dei Paesi Baschi e dell’Extremadura che a quel punto si troverebbero nella condizione di chiedere anch’essi la secessione. Questo fenomeno però non sarebbe confinato alla sola Spagna, ma andrebbe a toccare altre regioni come la Corsica che già si sta muovendo nel senso di rifiutare l’ingerenza francese. Mentre la Scozia sta solo discutendo quando si terrà il prossimo referendum, tenendo presente che l’ultimo è fallito a causa delle vecchie generazioni, e dunque diventerà sicuramente indipendente perché i giovani spingono in tal senso. Ciò che mi ha maggiormente colpito, tornando a quanto sta accadendo in Catalogna, è stata la totale mancanza di violenza manifestata dalla popolazione che si è recata alle urne alzando le mani e senza alcuna arma in mano. Siamo alla vigilia di un processo che porterà molto presto alla disgregazione totale dei vecchi stati nazionali e centralisti, che niente e nessuno potrà fermare. Si inizierà come accennavo alla Catalogna, semplicemente perché i cittadini di quella terra non ritengono più conveniente far parte della Spagna. Non la vogliono lasciare andare in nessun modo, un po’ come accadde nel lontano 1991, con l’ex URSS. Vi ricordate cosa accadde? La teoria geopolitica diceva che i paesi baltici non potevano essere abbandonati perché sarebbero stati gli ultimi ad essere lasciati, ed invece sono stati i primi a farlo. Da lì in poi, si è verificato un effetto domino perché dal primo all’ultimo, tutti quelli che non erano russi se ne sono andati. La stessa cosa accadrà con la Catalogna, perché è l’ultimo baluardo di quell’impero multiculturale che è la Spagna. Una volta saltato il tappo catalano, scompare la Spagna perché poi seguiranno a ruota i Paesi Baschi, la Galizia e la Navarra. Basti pensare che in Europa, la più grande esplosione di violenza della storia si è verificata quando sono nati 19 stati nazionali, e non nel momento in cui erano presenti i micro-stati. Solo con tante piccole patrie, potremo assistere ad un vero futuro di pace e ad un’Europa sicuramente più ricca e prospera. Per quello che riguarda l’Italia ancora si continua a non capire che è essa stessa IL problema, e non piuttosto che non ha problemi”.

Sugli incredibili errori strategici commessi dalla Spagna sulla gestione dei rapporti con la Catalogna, si è invece incentrata l’analisi di Pagliarini che ha notato come “quelli che appena 10 anni fa, erano una minoranza e nulla più come gli indipendentisti, con il trascorrere del tempo abbiano acquistato sempre più forza e consenso, grazie alle sciagurate decisioni di Madrid. Zapatero nel 2006 aveva trovato il modo di accontentare i catalani che mai e poi mai, all’epoca, avrebbero deciso di staccarsi dalla Spagna. Ed invece, dal suo avvento, Rajoy ha iniziato a commettere errori madornali, comportandosi in maniera arrogante con chi invece contribuisce al PIL iberico in maniera assai consistente. La stessa gestione della situazione che si è venuta a creare nelle ultime settimane, non fa altro che confermare non solo quanto siano stati stupidi ed ottusi ma anche di come certi retaggi fascisti e franchisti, gli spagnoli continuino ad averli nel proprio DNA. Il risultato è che la percentuale di indipendentisti è cresciuta a dismisura, ed oggi rappresenta il primo partito della Catalogna. Anche la stessa comunità internazionale non è che ci sta facendo una bella figura, visto che si è mostrata essere dalla parte del presidente Rajoy, senza voler comprendere le ragioni di questo popolo”.


Francesco Montanino





























domenica 1 ottobre 2017

STATI CENTRALISTI LONTANI E NEMICI: LA PATRIA NON SI IMPONE, SI AMA.




Il senso di appartenenza ad una nazione può ancora essere imposto? E’ la domanda che ci siamo posti in questi giorni, osservando da spettatori interessati sia quanto sta accadendo in Catalogna, sia lo scandalo legato alla ricostruzione dopo gli spaventosi terremoti che da circa un anno hanno letteralmente messo in ginocchio l’area dell’appennino che circonda Marche, Umbria, Lazio ed Abruzzo.
Qualcuno potrà far notare che si tratta di eventi che fanno capo a due realtà (non solo naturalmente geografiche) completamente differenti. Vero, ma come potrete leggere, non è proprio così. Perché l’insegnamento che traiamo tanto dal referendum per l’indipendenza dei catalani dalla Spagna, quanto dalle vicende assurde e sconcertanti come quelle che per esempio hanno visto protagonista un’anziana signora di 95 anni in una delle aree maggiormente coinvolte dai movimenti tellurici, se proprio hanno in comune una cosa è proprio la totale lontananza e strafottenza degli stati centralisti (Spagna e Itaglia, nella fattispecie) rispetto alle esigenze concrete e reali dei cittadini.
Iniziamo la nostra disamina, partendo dalla situazione della Catalogna. Ormai è sotto gli occhi di tutti che Barcellona ed i propri dintorni, vivono con grande sofferenza l’essere legati al centralismo ed allo statalismo di Madrid. In questo caso, però, oltre ad una ragione di carattere meramente linguistico e culturale, ce ne sono diverse di carattere economico legata alla questione del residuo fiscale (parliamo di circa 8 miliardi di euro, l’ottava parte per intenderci di ciò che rivendica la Lombardia da Roma), alla presenza di multinazionali e ad un PIL pro capite di 27.663 euro che supera addirittura quello della Spagna (24.100). Completano il quadro, la disoccupazione che in Catalogna per ragioni facilmente comprensibili è di ben quattro punti percentuali inferiori rispetto a quella spagnola (13,2% contro 17,2%). 
Merito dell’autonomia di cui gode la Generalitat, a partire dal 1978 e che frutterebbe ancora di più se Barcellona diventasse indipendente, liberandosi dalla tenaglia centralista e statalista di Madrid. Che sta vergognosamente ricorrendo alla forza, con metodi tipicamente franchisti oltre che squadristi, inviando la Guardia Civil per impedire lo svolgimento di un diritto naturale che appartiene a qualsiasi essere umano, nell’esatto momento in cui fa parte di una comunità. Ovvero il diritto di poter decidere cosa è meglio o cosa è peggio, nella massima e piena libertà. Il referendum sull’indipendenza della Catalogna è stato accompagnato dal totale mutismo non solo dei media di regime, ma anche di queste pseudo istituzioni internazionali (sull’ONU, faremo un discorso a parte). Oltre che di quei partiti e movimenti che si dichiarano democratici ed amanti dell’autonomia a parole, ma non certo nei fatti.
I metodi da autentico satrapo e dittatore del premier spagnolo Mariano Rajoy sono espressione del più becero centralismo e di richiami a pagine buie della storia come il periodo franchista. Qui non si discute sull’ideologizzazione in un certo senso dello scontro fra Madrid (mossa dalla destra nazionalista e fascista) e Barcellona (spinte indipendentiste provenienti dalla sinistra), quanto piuttosto consentire al popolo di decidere. Sì o no, per noi conta fino ad un certo punto perché stabilire se conviene restare legati alla Spagna o affrancarsi è una decisione che spetta solo ai catalani. Per come la vediamo noi, è ovvio che siamo propensi per una Catalogna libera ed indipendente. Ma l’ultima parola spetta solo ed esclusivamente a chi è nato e/o vive in quella terra, ed a nessun altro. 
Se proprio voleva, Madrid avrebbe piuttosto dovuto spiegare in maniera razionale e concreta perché alla Catalogna non conviene staccarsi. Potevano essere addotte motivazioni di carattere tecnico e questo avrebbe fatto fare una figura ancora più nobile ad una Spagna che si sarebbe così scrollata di dosso, l’ingombrante fantasma di Francisco Franco, che evidentemente aleggia ancora nell’animo e nel cuore di quegli stessi governanti che non hanno certo esitato nell’adottare misure economicamente repressive in questi anni contro i loro stessi cittadini. Se già hanno dimostrato, tanto il PPE (Partito Popolare d’Espana) quanto i socialisti di essere lontani anni luce dalle condizioni economiche degli spagnoli, poteva mai essere altrettanto con la Catalogna? Evidentemente no, ed ecco che le motivazioni di carattere egoistico di Madrid che vuole campare alle spalle di Barcellona hanno prevalso. L’altro errore strategico compiuto dalla capitale spagnola, è stato quello di compattare le fila degli indipendentisti che potranno contare anche sull’apporto di chi magari prima era indeciso. E che invece, di fronte, a tali atteggiamenti di arroganza e presunzione magari avranno fugato i dubbi che pure li animavano.
Inoltre, c’è un altro aspetto da evidenziare. La Spagna sta agendo in barba anche a quelle stesse convenzioni dell’ONU che – ricordiamo – anche la Spagna alla fine della seconda guerra mondiale ha firmato. E che dovrebbe ben conoscere, quando tiriamo in ballo il diritto all’autodeterminazione dei popoli attraverso cui una comunità può decidere come e con chi stare (http://www.appuntigiurisprudenza.it/diritto-internazionale/principio-di-autodeterminazione-esterno.html). 
L’Organizzazione delle Nazioni Unite, in questa vicenda, hanno brillato per la loro assenza ed un imbarazzo che è apparso evidente a tutti. In passato, vogliamo solo ricordare come il Consiglio di Sicurezza si sia riunito con una certa celerità, quando si è trattato di muovere la guerra all’Iraq o all’ex Jugoslavia.
Qui siamo di fronte ad una norma cristallizzata nel diritto positivo di ciascun ordinamento giuridico nazionale, che va applicata e rispettata al di sopra anche delle Costituzioni di ogni singolo paese. E dunque anche nella Spagna, che piuttosto andrebbe sanzionata con sanzioni ed embargo (se non addirittura con l’uso della forza, se la situazione dovesse ulteriormente degenerare) proprio perché ha violato la norma sull’autodeterminazione dei popoli ricorrendo all’uso della forza, pur di non consentire l’esercizio del diritto di voto dei catalani.
Non c’è bisogno, dunque, di chiamarsi Saddam Hussein o Slobodan Milosevic affinché la comunità internazionale si muova in maniera compatta per far rispettare le regole. Anche ad un Mariano Rajoy qualsiasi, il cui modo di fare richiama alla mente per certi versi ciò che fece Benito Mussolini contro la Società delle Nazioni nel 1936, quando andò ad invadere l’Etiopia decretando di fatto l’uscita dell’Italia da tale consesso. Fatte le dovute proporzioni, Rajoy sta assumendo i tratti del duce del fascismo, mentre l’ONU politicamente ha subìto un colpo micidiale e mortifero allo stesso modo della Società delle Nazioni, di cui è figlia. Il non aver voluto prendere una posizione netta e decisa a favore della popolazione catalana, ci fa affermare con vigore e cognizione che siamo di fronte al fallimento delle Nazioni Unite.
Ed a casa nostra? Quel che resta della Lega Nord ha assunto una posizione assai blanda. Il segretario federale Salvini, naturalmente non ha profferito una sola parola in queste settimane a favore dell’indipendenza della Catalogna, che non si sente Spagna.
Non avevamo certo ragione di dubitarne, dal momento che stanno tenendo banco i contrasti con la leader di Fratelli d’Itaglia, Giorgia Meloni che si è dichiarata contraria (da perfetta sfascistella italiota qual è) ai referendum sull’autonomia in Lombardia ed in Veneto. Il segretario federale della lega naziunalista itagliana non ha ancora capito cosa vuole fare da grande, ma intanto l’appuntamento elettorale del 22 ottobre si sta avvicinando. Ed assumerà senz’altro un altro valore, alla luce di quello che sta accadendo a Barcellona. Perché se i catalani riusciranno a votare ed a dire sì, potrebbe aprirsi una breccia nella quale potranno infilarsi a giusta ragione altre regioni ricche dell’Europa che sono stufe tanto del centralismo degli stati nazionali sotto cui sono legate, quanto anche di una Unione Europea che, anche nella vicenda catalana, si è confermata essere mossa da istinti statalisti e che niente a che vedere hanno con la vera democrazia. Anche il Sud e la Sicilia, dovrebbero seriamente considerare l’ipotesi di affrancarsi finalmente dalla tenaglia di Roma ladrona. Anche se, allo stato attuale, è difficile preconizzare un epilogo del genere, stante la mentalità assistenzialista che ancora contraddistingue il modus vivendi nei nostri territori.
Fatte queste doverose premesse, che senso ha continuare a sbandierare l’appartenenza a stati ed istituzioni lontani anni luce dai cittadini e dai loro problemi quotidiani? È quello che si saranno senz’altro chiesti in queste ore, fra le lacrime, Peppina Fattori da Fiastra in provincia di Macerata. Ed i suoi parenti, involontari protagonisti di una vicenda mediatica che ha letteralmente disgustato e sdegnato tutti.
Colpa di una burocrazia idiota, che non ha tenuto conto delle particolari circostanze vissute da questa anziana signora di 95 anni che ha visto la propria casa distrutta dai violenti terremoti che hanno colpito l’appennino centrale ad Agosto ed Ottobre dello scorso anno. Per poter sopravvivere, gli era stato permesso di costruire una casetta in legno con cui quella che per tutti è diventata nonna Peppina poteva muoversi liberamente, anche in considerazioni delle sue condizioni di salute che non le permettono grossi sforzi. E restando nella terra in cui è nata e vissuta. Avrebbe potuto essere uno degli ultimi desideri della sua vita, ma così evidentemente non doveva essere. Perché pur producendo tutta la documentazione necessaria per poter edificare, mancava l’autorizzazione di carattere paesaggistico. Cosa che la costringerà a vivere nella casa dei figli. Il solito cavillo burocratico attraverso cui far “valere” la legalità solo ed esclusivamente nei confronti di chi è debole e non può certo difendersi. Ci sarebbe infatti da chiedersi perché la stessa rigidità non viene applicata per le baraccopoli dei ROM e delle occupazioni abusive degli edifici nei quartieri popolari soprattutto delle grandi città.
Perché questa è solo una delle tante schifezze che stanno accompagnando la ricostruzione dopo il terremoto secondo un cliché che, per certi versi, richiama alla mente quel che già abbiamo visto con lo scandalo Irpinia. Stavolta, oltre ad interi paesi in cui campeggiano le macerie quali simboli della sciatteria e delle promesse non mantenute da Renzi prima e Gentiloni poi, ci sono in ballo i milioni di euro raccolti sotto forma di SMS solidali che non sono mai arrivati a destinazione e che anzi non si sa che fine hanno fatto. O forse sì, visto che dovrebbero essere rinchiusi nel caveau di chissà quale banca. Insomma, siamo alle solite. Gli “amici degli amici” si arricchiscono, lucrando succulenti business ottenuti sulla scia emotiva della disperazione e la bontà, mentre c’è chi invece deve abbandonare la propria casa per un intoppo burocratico. O addirittura si trova ancora senza un tetto sotto cui ripararsi e senza un lavoro.
Che stato è quello che impedisce in maniera arrogante, presuntuosa, dispotica e vigliacca ai cittadini di andare ad esercitare un diritto democratico com’è il voto? Che stato è quello che si preoccupa dei clandestini e dei delinquenti e che con infinita spietatezza si permette di sfrattare un’anziana donna di 95 anni? Qualcuna delle anime belle dello statalismo e che in questi giorni ci sta ammorbando con la retorica nazionalista, si prenda la briga di rispondere. Sempre che ne sia capace, naturalmente...

Francesco Montanino

giovedì 21 settembre 2017

AUTONOMIA: LOMBARDIA E VENETO SI FANNO I CONTI IN TASCA. E IL SUD?



Busto Arsizio (Varese) - Mentre al Sud si continua a discutere di aria fritta senza nemmeno provare a risolvere gli atavici problemi che attanagliano i cittadini, in Lombardia ed in Veneto siamo in piena campagna elettorale per il referendum attraverso cui, fra poco più di un mese, le due regioni locomotive dello stivale chiederanno maggiore autonomia dallo stato centralista e canaglia romano.
La consultazione che ha carattere consultivo, assume un valore politico particolarmente importante, in virtù delle conseguenze che potrebbe assumere anche per un Sud ancora stretto nella morsa del centralismo e dell'assistenzialismo. Ed incapace, sinora, di esprimere una classe politica che sappia affrancarlo da logiche vecchie, antiquate oltre che ripugnanti basate solo ed esclusivamente sulla cura del proprio "orticello".
Senza girarci troppo attorno, nel caso specifico, è in ballo il residuo fiscale (ovvero ciò che riceve in termine di beni e servizi un cittadino, al netto delle tasse che ha già pagato allo Stato) che in Lombardia ammonta alla bellezza di 54 miliardi di euro che non si sa in quali tasche vanno a finire e per che cosa vengono spesi.
Ovvero quasi 8 volte tanto rispetto alla Catalogna che il prossimo 1 ottobre andrà anch’essa alle urne per chiedere l’indipendenza da una Spagna che non sta lesinando l’utilizzo di metodologie fasciste e di ispirazione franchista per negarle il sacrosanto diritto alla libertà ed all’autodeterminazione, che pure è sancito all’articolo 20 della Carta ONU e che anch’essa ha sottoscritto.
Nelle stesse ore in cui la comunità internazionale sta vergognosamente a guardare quello che sta accadendo a Barcellona, con la Spagna che ha addirittura mandato i carri armati per soffocare il legittimo desiderio di libertà economica del popolo catalano, qualcosa sembra muoversi nell'ottica della rivoluzione federale al Nord, con la richiesta di autonomia proveniente da Veneto e soprattutto Lombardia.
Un tema particolarmente sentito, in quella che è considerata da tutti come la regione più ricca del Bel Paese che travalica gli schieramenti, come attesta l’adesione di sindaci anche del centrosinistra. A testimonianza che quando il territorio esprime un’esigenza, la logica delle divergenze fra partiti viene messa da parte, in nome di un ragionamento che tiene conto più delle esigenze di chi lavora e produce rispetto, di quelle di chi invece campa di assistenzialismo e parassitismo.

Si è svolto stamani nel Centro Congressi di Malpensafiere della città bustocca, un interessante incontro aperto al pubblico per illustrare ai cittadini le motivazioni e le ragioni di una scadenza elettorale che assume una grande importanza, a poco meno di un anno dalle elezioni che rinnoveranno il Parlamento.
A confronto sindaci anche di centrosinistra come Giorgio Gori (Bergamo) e Davide Galimberti (Varese) ed istituzioni regionali rappresentate in primis dal Governatore della Regione Lombardia, Roberto Maroni che hanno evidenziato come questa consultazione popolare possa portare vantaggi ai cittadini, particolarmente vessati da uno stato arrogante ed usurpatore come quello itagliano.
Sono state illustrate anche le modalità di voto che per la prima volta, e questa è una novità assoluta, prevedono l’utilizzo di una piattaforma telematica attraverso cui sarà possibile esprimere la preferenza da un computer. E con cui, l’esito della consultazione (per la quale ricordiamo non occorrerà il quorum) sarà comunicato in tempo reale con un risparmio in termini di tempi e di costi.
A fare gli onori di casa, Emanuele Antonelli primo cittadino di Busto Arsizio che ha introdotto i lavori sottolineando l’importanza ed il valore di questo voto. “Ci siamo messi a disposizione - ha esordito - affinché ciascun lombardo possa sapere per che cosa vota, a prescindere, dalla scelta che vorrà poi intraprendere. Per questo invito tutti ad andare a votare e di dire sì alla proposta referendaria, perché ci permetterebbe di avere maggiori risorse a disposizione. E di fornire beni e servizi pubblici di maggiore qualità ai cittadini. Busto Arsizio ha sempre rispettato i vincoli del patto di stabilità, ha avuto in questi anni un bilancio con i conti in ordine e tenendo una pressione fiscale su livelli molto bassi, offrendo grande eccellenza nei servizi forniti. Per questo referendum, non stiamo buttando via soldi come ho sentito da qualche parte. L'unica strada realmente percorribile è quella dell'autonomia e citando Gianfranco Miglio adesso dobbiamo essere noi a tenere in mano le carte. Una Lombardia più autonoma ed efficiente - ha poi concluso - può essere utile ed importante anche per il resto del paese. Chi non è dalla parte del referendum, va contro l'interesse dei cittadini e votare sì è giusto".

Il Presidente della Regione Lombardia, Raffaele Cattaneo invece ha battuto il tasto sul possibile pericolo di una bassa influenza alle urne che potrebbe svilire di significato il referendum. "Ringrazio il Consiglio Regionale - ha osservato - che ha votato l'atto con il quale ha autorizzato lo svolgimento di questa votazione, ma dobbiamo capire esattamente qual è l'obiettivo che intendiamo vogliamo raggiungere. Che non è solo e tanto il referendum, quanto soprattutto la posta in gioco che è molto importante se pensiamo che laddove c'è autonomia, c'è crescita. Costruiamo un vestito su misura, con cui gestire le nostre regioni. A chi ritiene questo referendum inutile, rispondo solo che può essere utilissimo ma anche dannosissimo. Perché se a votare ci va ad esempio l'8% degli aventi diritto al voto, significa mettere una pietra tombale su battaglie che stiamo portando avanti ormai da diversi anni. Per questo invito i cittadini ad andare a votare e ad esprimersi per il si', perché se vogliamo l'autonomia vera abbiamo bisogno della forza del popolo. Vogliamo l'autonomia perché possiamo gestire meglio ad esempio la Sanità o la Formazione professionale rispetto a ciò che viene fatto a Roma, con un modello virtuoso. Non è soltanto una questione di avere maggiori risorse a disposizione, ma di competenze che ci vengono attribuite fornendo servizi migliori ai cittadini, e non certo per impoverire il Sud".

Ha preso poi la parola il Governatore Roberto Maroni che nel corso del suo intervento ha tenuto a precisare che "questo non è il referendum ne' di Roberto Maroni, ne' della Lega ma dei lombardi. Vorrei che una volta tanto tutti comprendessero il senso di questa iniziativa che va a vantaggio di tutti i cittadini, e non va nel senso di dividere, come invece accade al Sud. Non speculerò sull'esito di questo referendum per ragioni elettoralistiche, perché il giorno dopo con tutti i sindaci che avranno votato sì, compresi quelli del PD, andrò a Roma per negoziare. Partendo dal quesito, abbiamo inserito due incisi. Ovvero, il carattere di specialità della regione Lombardia, espressa dai numeri del residuo fiscale, cioè la differenza fra quanto i cittadini pagano in tasse e quanto ricevono in cambio dallo stato in termini di servizi e trasferimenti. La Catalogna ha un residuo fiscale di 8 miliardi e vuole diventare indipendente, noi addirittura 54 e mi sembra che ci sia una bella differenza! Le virtuosità e le specialità sono espresse dal nostro tessuto economico, e per chiedere quest'ultima o chiediamo la trasformazione in Regione a statuto speciale come accade per Trentino o Friuli che si tengono i 9/10 delle tasse. Oppure, riconoscerla come Regione speciale che significa riconoscimento da parte del Governo di una parte del residuo fiscale che di sicuro non risulta da una legge e che varia di anno in anno. Numero dei dipendenti che abbiamo, costi che sosteniamo e tanto altro ci mettono al top e penso che su questo possiamo puntare. Il secondo inciso, riguarda l'ambito dell'unità nazionale e non è vero che si tratta di un qualcosa di egoistico. Invitiamo i governatori delle regioni meridionali, ad adottare il nostro modello virtuoso basato sui costi standard che significa spendere meglio. Magari scavalcando Roma, ed adottando lo schema dei fondi europei. Il primo a crederci è stato il Governatore De Luca che si è detto disponibile ad adottare lo schema dei costi standard per la sanità. In merito al referendum un altro aspetto che qui intendo evidenziare è che non è previsto il quorum, è quello che mi aspetto è che vincano i sì. Anche se è chiaro che è importante l'affluenza alle urne in Lombardia e Veneto perché, a seconda di quanti cittadini andranno a votare, si avrà maggiore o minore peso nei negoziati con Roma. Il ruolo delle Regioni, dei Comuni e delle Province, che spero tornino ad essere elettive, va visto come quello di interlocutori con il Governo per riaffermare la funzione delle autonomie. Con questo referendum ciò viene valorizzato, a dispetto di ciò che per fortuna non è passato lo scorso mese di dicembre. Vorrei che il Governo ci lasciasse almeno la metà delle tasse, e potremmo anche chiedere la modifica degli articoli 116 e 117 della Costituzione. Certo, ad oggi, manca ancora una piattaforma rivendicativa ed in questa sede invito nei prossimi giorni i sindaci, a prendere parte a questa proposta dopo un passaggio in consiglio regionale. Sono disponibile e proprio perché non è una battaglia personale sono anche pronto ad approvare uno schema diverso da quello che ho in mente, a patto che sia condivisa e davvero ambiziosa".

Il consigliere regionale, nonché professore di Storia delle dottrine politiche dell'Universita' degli Studi di Milano,  Stefano Bruno Galli ha esaminato gli aspetti più squisitamente tecnici del quesito referendario, partendo dalla legittimità giuridica del principio dell'autonomia che affonda le sue radici nell'articolo 5 della Carta Costituzionale. "Questo articolo - ha osservato - contiene nel secondo comma un'incongruenza, perché lo stato centrale se da un lato ispira anche al decentramento, dall'altro lato può decidere in qualsiasi momento di riprendersi i poteri. Con il nuovo titolo V, è stato introdotto il principio del regionalismo differenziato, di ispirazione spagnola. Il federo-regionalismo spagnolo è una forma di autonomia molto spinta, quasi ai limiti del federalismo con cui sono stati attribuiti una serie di poteri fra il 1978 ed il 1981 ai Paesi Baschi, alla Catalogna ed alla Navarra. L'adozione del regionalismo dell'uniformità non è andato buon fine, perché prevede uguali diritti e livelli di welfare che non è stato possibile garantire a tutti. Dalle nostre parti, ogni tentativo di rinegoziare i rapporti con Roma su un certo numero di materie nel corso degli anni è sempre fallito. Ci hanno provato Trentino, Piemonte, Toscana e Lombardia ma sempre inutilmente. A monte di qualsiasi trattativa, c'è il referendum il cui ricorso è avvalorato dalla Corte Costituzionale e chi sostiene il contrario, sbaglia. Il referendum serve per legittimare il peso della trattativa perché accanto al Governatore, idealmente si siede anche il popolo lombardo che si è espresso. L'autonomia, da sempre, è lotta di popolo così come insegnano le battaglie del Movimento Autonomista Friulano che nel 1963 ha ottenuto lo statuto speciale. Quale strumento migliore, se non quello espressione di una democrazia diretta? Il referendum è uno strumento legittimo, con cui sarà possibile riprendere il cammino intrapreso nel 2001 con il regionalismo differenziato che nessuno ha mai applicato. E se per la sesta volta, il tentativo fallirà occorrerà cambiare l'articolo 116 della Costituzione. Magari andando anche rivedere alcuni paletti come il residuo fiscale, innestando principi basati sulla competitività fra i territori sulla scorta di ciò che accade in Svizzera con i Cantoni. Pena un'ulteriore allargamento del divario fra le Regioni. Occorre trattare su tutte le materie, perché il residuo fiscale che qui ammonta ad oltre 50 miliardi di euro che è un qualcosa che nessuna area in Europa e nel mondo può vantare, impone sfide ben più stimolanti di quelle che sono state sinora poste in essere. Attualmente il rapporto contratto-scambio, tanto caro a Miglio, è iniquo nel caso della Lombardia. Se tutte le Regioni, secondo uno studio condotto da Confcommercio, adottassero lo stesso modello applicato dalla Lombardia, risparmieremmo ogni anno la bellezza di 76 miliardi. Spendendone solo 51 per migliorare la qualità dei beni ed i servizi pubblici anche altrove, ecco che ne resterebbero ancora 25. In merito alla specialità, giuridicamente la Lombardia è già pronta per diventare Regione a statuto speciale al pari di Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Valle D'Aosta, Sicilia e Sardegna. E questo perché il Costituente nella sua mente aveva già previsto la possibilità di elevare le regioni a statuto ordinarie particolarmente virtuose attribuendole il rango della specialità. Sinora, il sistema si è basato sulla presenza di Regioni a stato ordinario virtuose che hanno prodotto residuo fiscale ed altre che se lo sono interamente mangiato. Con la conseguenza - ha quindi terminato - che non è stato possibile produrre PIL. Siamo di fronte ad una sfida epocale che può permetterci di tornare a correre".

L'Assessore all'agricoltura Giovanni Fava ha illustrato ai presenti in sala le modalità assolutamente innovative ed inedite attraverso cui sarà possibile esprimere la propria preferenza di voto che, per la prima volta nella storia repubblicana, sarà elettronico. Poi è stato il turno del Presidente dell'Unione Industriali di Varese, Riccardo Comerio che ha ricordato come "la Lombardia sia il motore di sviluppo del paese, dal momento che copre da sola il 26% della produzione industriale italiana e le imprese della nostra regione detengono il 26,9% della quota export nazionale. Al cospetto di un'Italia debole nel contesto europeo, lo scenario lombardo non solo regge ma addirittura primeggia soprattutto nel settore manifatturiero. È evidente dunque che l'esigenza di una maggiore autonomia, è particolarmente sentita dalle nostre imprese. La nostra posizione è verso un graduale passaggio ad un sistema federalista sostenibile, iniziando a mettere mano alla questione delle competenze concorrenti. Trasporto pubblico, servizio civile, liberalizzazione dei servizi locali, tagli alle partecipazioni: sono temi che bloccano spesso l'iniziativa imprenditoriale e che dunque tarpano ogni possibilità di creare nuova occupazione. Ci auspichiamo che il referendum del 22 ottobre possa fungere da volano per nuove riforme, riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, applicazione dei costi standard attraverso un nuovo schema infra-regionale. I temi che ci interessano in particolare sono il commercio estero, la tutela e la sicurezza del lavoro, la ricerca scientifica, il governo del territorio, il trasporto, l'energia e la tutela dell'ambiente. Ci aspettiamo, da questo referendum le giuste risorse per il sostenimento dei nostri 9 cluster tecnologici già riconosciuti da Regione Lombardia: aerospazio, mobilità, agrifood, smart communities, tecnologia dell'ambiente, fabbrica intelligente, energia, chimica verde, scienza della vite. La maggiore autonomia sarà un fattore positivo per le aziende solo se sarà possibile contare su regimi legislativi ed amministrativi più equilibrati che consentano maggiore spazio di azione e di libertà per le imprese. Non per il loro interesse particolare, ma per creare sviluppo, ricchezza ed occupazione nell'ottica di un confronto con le parti sociali con cui pervenire ad una proposta condivisa. Una Lombardia dotata di maggiori competenze e risorse può dare una spinta alla crescita ed allo sviluppo non solo del nostro territorio, ma di tutto il paese. La speranza è che i referendum di Veneto e Lombardia possano segnare l'inizio di una stagione di riforme, ed essere volano per il sistema economico".

Particolarmente atteso infine anche il discorso di Giorgio Gori, dal 2014 primo cittadino di Bergamo del PD che da tempo ha dato pubblicamente il proprio assenso al referendum, sia pur con qualche distinguo. "La scelta di alcuni sindaci del centrosinistra di aderire a questa consultazione popolare è stata osteggiata ed anche criticata - ha puntualizzato - ma la nostra presenza qui sta a testimoniare, che è giusto che la regione abbia maggiori poteri, e non certo da oggi. Già tempo fa, mi feci promotore di un'iniziativa con cui, insieme ad altri sindaci, abbiamo chiesto l'applicazione dell'articolo 116. Si potrà capire che non è nostra intenzione lasciare la bandiera dell'autonomia ad una sola parte politica. Anche ricordando ciò che accadde nel 2008, quando il governo Berlusconi, di cui facevano parte quattro ministri leghisti, poteva già devolvere 12 competenze alla Regione Lombardia. Ed invece non fece nulla. Un altro aspetto che intendo evidenziare è che nella scheda è presente l'elemento della specialità, ma da nessuna parte c'è un cenno al residuo fiscale, che nella comunicazione ai cittadini è espresso in maniera consistente. Non ci piace che vengano presi in giro i cittadini, e riteniamo che vadano rafforzate le politiche per il lavoro, la formazione professionale di cui necessitano le nostre imprese, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela dell'ambiente con la sostituzione del parco mezzi e l'efficientamento energetico, la tutela della salute in cui ci auspichiamo maggiore flessibilità nelle spese sanitarie, ed infine poteri di definizione ed allocazione amministrativa. Questa riforma dell'autonomia la vogliamo fare contro il centralismo della regione e la nostra sfida la lanciamo sulle priorità che ho prima elencato. L'impegno dev'essere che chiunque vinca, l'altro deve essere al suo fianco nella trattativa che in ogni caso la Lombardia dovrà aprire con Roma, sia pur con 10 anni di ritardo. Sulla stessa scorta di ciò che farà - ha poi concluso - la Regione Emilia-Romagna il prossimo 3 ottobre, con una piattaforma condivisa".
Appare dunque lapalissiano che Lombardia e Veneto, insieme all'Emilia-Romagna, rinegozieranno di qui a poco il rapporto con Roma, sulla questione del residuo fiscale. Una prospettiva che ci auspichiamo possa aprire il fronte a scenari del tutto nuovi, anche in considerazione delle forti spinte indipendentiste provenienti in particolare da Catalogna e Scozia che potrebbero modificare i rapporti di forza anche e soprattutto nel contesto europeo.

Due dati devono indurre tutti ad una sana e profonda riflessione perché, a nostro avviso, qua non c'è più in ballo una motivazione di carattere meramente ideologica o di schieramento politico, ma molto più concretamente di carattere economico: la Lombardia ha un PIL procapite di 36.600 euro, uguale a quello della Danimarca ed addirittura superiore a Germania (35.800), Svezia (35.700) e Regno Unito (31.200).Valori con il segno meno, invece, per tutte le regioni del Sud che continuano a campare sulle spalle di quelle più produttive come attestano il -6.419 della Puglia ed il -10.617 della Sicilia, situate nelle ultime posizioni della classifica, in riferimento all'Italia. Inoltre, la Lombardia vanta il debito procapite più basso, dal momento che su ciascun cittadino grava un'esposizione di circa 73 euro che è lontana anni luce dai 1.708 del Lazio, i 616 della Calabria ed i 580 della Sicilia.
Al Sud quando si inizierà finalmente a ragionare mettendo sul piatto della bilancia questi discorsi di grande concretezza e pragmatismo? Per quanto tempo ancora assisteremo al balletto delle poltrone e di un modo di fare politica che non tiene conto dell'interesse collettivo, francamente anacronistico e decrepito? I cittadini, dal canto loro, quando si sveglieranno dal sonno e dal torpore in cui sono caduti ormai da interi decenni, chiedendo conto ai propri amministratori pubblici di cosa fanno e di come vengono spesi i soldi, che sono estorti sotto forma di tasse e gabelle e che servono solo a sostenere un carrozzone buono solo a sfamare lavativi e fannulloni della peggior specie e razza?

Francesco Montanino

 
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