ULTIME NEWS

Ultimi Articoli

sabato 12 maggio 2018

FALLITAGLIA: LA RESA DEI CONTI?



La sempre più probabile formazione del nuovo esecutivo, a trazione grullo-salviniana, sarà la definitiva pietra tombale di un progetto (quello, a dir poco, fallimentare dell’unificazione forzosa e forzata) di un’Itaglia, in avanzato stato di decomposizione?
È l’interrogativo che chi ha un minimo di sale in zucca in questo malandato e sgangherato paese si è razionalmente posto, considerando le promesse da marinaio con cui siamo stati deliziati dai leader di due partiti (movimento 5 stelle e Lega di Salvini) che, solo apparentemente sono espressione del malcontento strisciante di ampi strati della popolazione nei confronti di un establishment formato soprattutto dal PD, da Forza Itaglia e da altri partiti prevalentemente di centro e di sinistra. Ma che in realtà – così come abbiamo altrettanto facilmente previsto, oltre che smascherato – rappresentano un alveo del tutto controllabile, attraverso cui veicolare la protesta ed il clima di antipolitica che ormai si respira da diversi anni a questa parte.
Merito (o colpa, a seconda dei punti di vista) della perdita di sovranità nazionale, voluta ed imposta dall’Unione Europea e resa possibile dal tradimento di alcuni autentici mercenari della politica che hanno pensato bene di sacrificare sull’altare dei propri interessi particolari, il destino e la dignità di un’intera generazione (quella di chi oggi ha fra i 35 ed i 50 anni) che si ritrova con un pugno di mosche in mano, e che pagherà per tutti il conto di interi decenni di intrallazzi, scelleratezze e sprechi.
Tornando all’attualità, l’alleanza fra i due bambocci della politica itagliana Di Maio e Salvini potrebbe dare la spallata decisiva ad un paese che, almeno dal punto di vista meramente elettorale, risulta essersi spaccato in due.

Come avevamo già evidenziato non più tardi di due mesi fa, dopo il referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto è apparso chiaro a tutti che il Nord sta chiedendo a gran voce di liberarsi della cappa oppressiva di Roma ladrona che ormai con lo statalismo ha strangolato l’economia di un territorio desideroso di affrancarsi dalla tenaglia centralista. Assodato che non potrà certo essere la Lega Nord diventata sotto l’egida di Salvini intanto un partito statalista e nazionalista, resta inequivocabile il dato di fatto che sono soprattutto le regioni più operose a soffrire e non poco la voglia di assistenzialismo che anima invece un Sud improduttivo, sprecone e piagnone che si è stretto intorno alle balle spaziali dell’ex bibitaro dello stadio San Paolo.
Al secolo, Giggino (anche qui un nome, una garanzia come per De Magistris) Di Maio che ha pensato bene di promettere il reddito di cittadinanza per tutti, dimenticandosi però che nel frattempo il debito pubblico itagliano ha sfondato quota 2,5 miliardi di euro ed è anzi destinato ancora a crescere, con conseguenze a dir poco disastrose per i cittadini.
Se almeno la proposta di introdurre una Flat tax, avanzata dal centrodestra e dal fannullone padano, può trovarci in linea di massima d’accordo (a patto però che vengano una volta e per tutti soppressi, i tanti carrozzoni statali e mandati finalmente a lavorare quei lavativi e quei fannulloni che con il loro fancazzismo rubano lavoro e denaro pubblico), è la folle promessa elettorale dei grullini che francamente genera la nostra ilarità, visto e considerato che non siamo nelle benché minime condizioni di alimentare una spesa pubblica che, anzi, è già di per se mastodontica.
Due misure che – come si sarà potuto evincere – sono in totale e netto contrasto fra di loro perché per distribuire una qualsiasi forma di reddito di cittadinanza disincentivando evidentemente dal cercare un lavoro visto che nelle idee dei promotori si parla di cifre che si aggirano intorno ai 1.000 euro mensili, è necessario avere delle coperture di bilancio che esistono solo nel mondo dei sogni. A meno che, non si decida di introdurre patrimoniali o varare l’ennesimo ritocco verso l’alto ad esempio di imposte come l’IVA. Sta infatti circolando con una certa insistenza l’idea di incrementare le aliquote agevolate ed ordinarie portandole dalle attuali 10% e 22% (che già di per se, rappresentano un’insopportabile forma di estorsione fiscale) all’11,2% ed al 24% ad inizio 2019. Sino ad arrivare per le ordinarie al 25,5% che graverebbe tutto sulle imprese ed i percettori di reddito fisso (pensionati e lavoratori), con la prevedibile riduzione dei consumi ed il calo della domanda.

Le piccole e medie imprese che ancora sono rimaste in questo letamaio, sono preoccupate ed a ragion veduta perché il rischio di vedere mandati ancora una volta all’aria i propri sforzi, a causa dell’ingordigia di uno stato pappone ed ingordo che proprio non ne vuol sapere di utilizzare razionalmente i soldi dei cittadini, e’ davvero elevato.
Eventualità - quella di un ulteriore inasprimento tributario - assolutamente da evitare perché è solo dando respiro all’economia con misure di segno esattamente opposto, che possiamo sperare di lasciarci alle spalle una crisi che è tutt’altro che è terminata, a dispetto di ciò che i soliti gazzettieri di regime vogliono farci credere. Ma che purtroppo non è affatto da scartare, perché il debito pubblico è salito a livelli ormai insostenibili e se si vuole tener fede alle colossali fesserie di Di Maio e dei suoi adepti, i soldi verranno come al solito spillati da chi lavora e produce. A tutto vantaggio di chi non faceva e continuerà a non fare un cazzo dalla mattina alla sera!
Ad un Nord produttivo e voglioso di trovare soluzioni (come quelle dell’internazionalizzazione e dello sviluppo dell’export)  per tirarsi fuori dal pantano centralista romano oltre che da una crisi voluta a tavolino dai poteri forti e dalle massonerie internazionali, farà sempre più da contraltare un meridione, facile preda della povertà e di chi, con trovate demagogiche ed improbabili, vorrebbe indossare i panni del Masaniello e del rivoluzionario di turno, promettendo ciò che è IRREALIZZABILE! La tanto deprecata pratica del voto di scambio, è stato l’uovo di colombo utilizzata dai 5 stelle ed alla quale hanno abboccato davvero in tanti, a giudicare dalle percentuali quasi “bulgare” ottenute dal movimento fondato da CasaLoggia...

Ma come se ne esce fuori? Appare chiaro che paradossalmente la situazione che si sta creando proprio perché acuirà i contrasti fra Nord e Sud, potrebbe essere una sorta di “tana libera tutti”nel senso che il costo sarà così insostenibile da creare una profonda frattura fra le parti di questo paese che, dal 1861 in avanti, non hanno mai smesso di guardarsi con diffidenza. Se non addirittura in cagnesco, se pensiamo al razzismo ancora esistente nei confronti di chi proviene dai territori posti al sud del Garigliano, secondo un retaggio ancora duro a morire ed al quale ha senz’altro contribuito l’esistenza di quelle stesse organizzazioni malavitose e delinquenziali che nel meridione rappresentano il braccio armato di un regime (quello statalista itagliano, di ispirazione massone e giacobina) che e’ nato e continua a sguazzare nella più putrida delle menzogne.
E che si è sempre preoccupato di tenere il meridione in uno stato di subalternità e di sfruttamento, manipolandolo sapientemente con l’assistenzialismo ed il clientelismo, utili per comprarsi il consenso di ampi strati di una popolazione che da sempre ha vissuto nell’ignoranza e nell’illusione dello sviluppo calato dall’alto. Senza mai perciò essere in grado di esprimere una propria classe produttiva, in grado di garantire quella ricchezza e quello sviluppo, che sono sempre strati una chimera.
Chi poi ha provato a ribellarsi, denunciando tale stato di cose, è stato indotto al silenzio, se non addirittura eliminato (Siani, Falcone, Borsellino, Livatino ed i tanti martiri di mafia, camorra ed altre sigle criminali esistenti nel Mezzogiorno e che hanno allungato le proprie malefiche diramazioni sin dentro i palazzi del potere romano).

Il federalismo (quello vero, e non certo la boutade da operetta utilizzata dalla Lega Nord ai suoi albori) potrebbe essere l’unica via d’uscita per tutti. La secessione da fallitaglia, appare ormai come un qualcosa con cui dovremo - più prima che poi – fare inevitabilmente i conti e sarà una grande ed irripetibile opportunità, che può regalare un futuro migliore alle generazioni che verranno.
Affinché però anche questo continui a non essere relegato come uno dei tanti sogni nel cassetto che agitano gli animi di chi vorrebbe sovvertire questo insopportabile status quo, sarebbe necessario che tutte le sigle indipendentiste esistenti lungo la penisola trovino la quadra, condividendo un comune programma sotto cui federarsi per provare ad entrare nei palazzi del potere romani e distruggerne quella deleteria impalcatura liberticida e centralista che sta strangolando, dal punto di vista economico e non solo, chi chiede solo di vivere in maniera onesta e dignitosa!

Francesco Montanino

lunedì 19 marzo 2018

LA CASTA INVISIBILE E IMPUNITA DEI MAGISTRATI.


Fra tutti i centri di potere che abbiamo imparato a conoscere ce n’è una che ai più sfugge, che è quella di certi giudici. La costituzione, sin dalla sua nascita, ha sancito l’indipendenza del potere giudiziario rispetto a quello esecutivo, secondo un sistema di pesi che avrebbe dovuto garantire equilibrio fra gli organi preposti al funzionamento della pachidermica macchina statale. Con il tempo, però abbiamo assistito ad una certa intraprendenza da parte di chi sarebbe preposto a far rispettare esclusivamente le leggi, mescolandosi esso stesso alla politica. Se si eccettua infatti l’encomiabile operato di chi ha dato la propria vita per lottare contro la mafia e le sue malefiche emanazioni che trovano origine a Roma (Falcone, Borsellino e Livatino), da Tangentopoli in poi abbiamo assistito alle “invasioni di campo” di Di Pietro prima e, recentemente, di De Magistris ed Ingroia. Anche se, in effetti, qualcosa di marcio lo abbiamo riscontrato quando alcuni giudici idioti come pochi altri, condannarono ad un’ingiusta e letale detenzione il povero Enzo Tortora, prendendo incredibilmente per buone le menzogne di un manipolo di bastardi camorristi!
Su Giggino “o’ sindachino”, non finiamo mai di stupirci e di essere costretti continuamente ad aggiornare la contabilità di figuracce e di primati negativi collezionati da chi vorrebbe atteggiarsi a Masaniello, quando in realtà è esso stesso diretta emanazione del regime. Votato da una minoranza di napoletani, questo primo cittadino per certi aspetti sta facendo addirittura rimpiangere don Antonio Berisha detto “Bassolino” e Rosetta Russo Jervolino che hanno letteralmente imperversato nella capitale del sud, trasformandola in una latrina pubblica.
A darle il colpo di grazia definitivo, ci ha pensato il caro Giggino che ha collezionato una serie di perle che lo hanno fatto diventare il nostro bersaglio preferito, insieme al fannullone padano Salvini.

L’ultima, l’aver portato Napoli ad un passo dal baratro contabile, dal momento che la Corte dei Conti ha condannato senza mezzi termini la gestione economica allegra di questa amministrazione comunale che si ritrova con un debito di oltre 2,5 miliardi di euro. Voragine creata, come sarà facile intuire, da sindaci incapaci oltre che spreconi che non solo non hanno per nulla migliorato la vivibilità di Napoli. Ma hanno creato gravissimi danni alle casse di questo ente, che si è ritrovato fra gli altri con un’esposizione addirittura risalente al 1981 nell’immediato dopo terremoto dell’Irpinia.
L’amministrazione comunale partenopea deve ancora alla società CR8, il consorzio incaricato della Ricostruzione post-sisma, la bellezza di 114 milioni di euro. Debito che si è andato accumulando negli anni, ma che nessun primo cittadino se n’è guardato bene di provare quanto meno a rinegoziare o a spalmare nel tempo. Era naturale che la Corte dei Conti, di fronte ad una situazione del genere, non se ne stesse con le mani in mano. Anche perché poi, ad aggravare ulteriormente la situazione, ci ha pensato la gravissima situazione finanziaria dell’azienda municipalizzata dei trasporti (ANM), altra cartina di tornasole di decenni e decenni di sprechi ed inefficienza.
La notizia di oggi è che il debito con il consorzio CR8 ricadrà sulle spalle dello stato per il 77%, mentre per la restante parte sul comune di Napoli. Tradotto – è proprio il caso di dirlo in soldoni – saranno come sempre i cittadini a dover farsi carico dell’incapacità di pubblici amministratori che fanno ricadere su di loro, il fio della scelleratezza, della strafottenza e dell’arroganza. Evitato dunque il commissariamento che pure ci sembra essere il minimo sindacale per una giunta – quella di De Magistris – che sta amministrando Napoli in maniera a dir poco allucinante.

New entry assoluta, invece, Antonio Ingroia. Anch’esso ex magistrato, con il vizio di aver assorbito dalla politica certe abitudini a dir poco deprecabili. Scopriamo, con un po’ di stupore, che l’ex pm che faceva parte di quel pool di magistrati che hanno strenuamente combattuto la mafia a Palermo, si è ritrovato pignorato la bellezza di 151.000 euro. Il motivo? Ingroia - stando alle accuse mossegli dalla Procura della Repubblica del capoluogo siciliano - si sarebbe autoliquidato quella considerevole cifra, in qualità di amministratore della “Sicilia e Servizi Spa”, società in house della Regione.
L’accusa di peculato che pende sul capo dell’ex pm trova infatti origine dai 34.000 euro di di rimborsi illeciti che si sarebbe impropriamente intascato, chiedendo la restituzione di spese. Le contestazioni mossegli nascono dalla natura riconosciuta a questa società, da cui deriva che abbia rivestito la qualifica di incaricato di pubblico servizio.
“Ingroia - leggiamo su “Il quotidiano.net -, prima liquidatore  della società (dal 23 settembre 2013), è stato successivamente nominato amministratore unico dall’assemblea dei soci, carica che ha ricoperto dall'8 aprile 2014 al 4 febbraio 2018. Le indagini hanno accertato che il 3 luglio 2014 l'ex pm si è autoliquidato circa 117.000 euro a titolo di indennità di risultato per la precedente attività di liquidatore, in aggiunta al compenso omnicomprensivo che gli era stato riconosciuto dall'assemblea, per un importo di 50.000 euro. Per gli investigatori l'autoliquidazione che ha, di fatto, determinato un abbattimento dell'utile di esercizio del 2013 da 150.000 euro a 33.000 euro, sarebbe stata indebita. La violazione della normativa nazionale e regionale in materia di riconoscimento delle indennità premiali ai manager delle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni è stata avallata dal revisore contabile, Chisari, che avrebbe dovuto effettuare verifiche sulla regolarità dell'operazione. Da qui l'inchiesta anche a suo carico”.
Ma non è tutto. “Ingroia si sarebbe, inoltre, indebitamente appropriato di ulteriori 34.000 euro, a titolo di rimborso spese sostenute per vitto e alloggio nel 2014 e nel 2015, in occasione delle trasferte a Palermo per svolgere le funzioni di amministratore, nonostante la normativa consentisse agli amministratori di società partecipate residenti fuori sede l'esclusivo rimborso delle spese di viaggio.
L'ex pm aveva adottato un regolamento interno alla società che consentiva tale ulteriore indebito rimborso. Anche in questo caso la violazione della normativa è stata avallata dal revisore contabile, che risponde di peculato in concorso con l'ex magistrato”.
Oltre ai politici, dunque, anche certi magistrati credono che è possibile scherzare ed arricchirsi alle spalle di chi fa fatica a portare il piatto a tavola, in nome di un imprecisato e non meglio specificato diritto e delirio di onnipotenza!

Questi indegni personaggi continueranno a fare i porci comodi sino a quando non esisteranno strumenti legislativi adeguati, per punirli sia in sede civile che penale.
In questa sede, la nostra proposta per porre fine ad una situazione in cui gli unici a pagare sono i cittadini consiste nell’estendere il principio della responsabilità patrimoniale solidale ed illimitata ai pubblici amministratori, così come accade per i soci delle società di persone (esclusi gli accomandanti della SAS). Per rendere ancora più semplice il concetto il sindaco o chi per esso, nel caso in cui sia artefice del peggioramento della situazione finanziaria dell’ente pubblico che gestisce, paga di tasca propria!
E non più, scaricando sui cittadini – come invece accade oggi – il conto della propria incapacità e inettitudine! A ciò, naturalmente, si accompagnerebbero anche conseguenze di carattere penale, dal momento che stiamo parlando di tradimento e mancato rispetto del mandato che gli è stato conferito dagli elettori.
Siamo insomma lontani anni luce dalla demagogia del M5S che crede ingenuamente che tagliando i vitalizi alla classe politica si possano risolvere i problemi legati al dissesto dei conti pubblici, facendo leva sulla rabbia anti sistema che cova sotto la cenere di tantissimi cittadini. Certo, e’ senz’altro immorale vedere autentiche braccia rubate all’agricoltura non fare un cazzo dalla mattina alla sera e portarsi a casa immeritatamente un ricco stipendio pagato dalla collettività. Il problema – per come la vediamo noi – non è tanto e solo pagare 15-20.000 euro al mese un pubblico amministratore. 

Ma chiamarlo a rispondere in sede sia civile che penale, nell’esatto momento in cui abusa del prestigioso ruolo che ricopre dimenticandosi dello scopo per il quale si trova lì.
In un nostro governo, questo sarebbe uno dei primissimi provvedimenti che adotteremmo con urgenza, perché - in ossequio al più elementare dei principi di buonsenso - chi sbaglia ha il dovere di pagare!

F. Montanino

domenica 11 marzo 2018

POLITICA CON AMMINISTRATORI PUBBLICI IMPRESENTABILI: FRA DEMA E DIMA, CHI E’ IL PIU’ DEFI?


Iniziamo questo articolo di riflessione, con questa domanda alla quale è difficile dare una compiuta e sensata risposta. La settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle, passerà senz’altro alla storia come quella di una politica nostrana, ormai ridotta al rango di commedia di terz’ordine su cui non sappiamo davvero se ridere o piangere.
Merito (o colpa, a seconda di come la si voglia intendere) dei guitti che ogni giorno non perdono davvero occasione per far parlare di sé, in negativo. Dando l’impressione ad un osservatore esterno di essere di fronte a qualcosa di assai simile ai clown che divertono nei circhi. E come potrebbe essere altrimenti, pensando alle figuracce collezionate in serie da due esponenti di “spicco” della classe politica napoletana? Ogni riferimento a Giggino “o’ sindachino” per gli amici De Magistris e a Giggino “o’ bibitaro” Di Maio, non è ne voluto, né casuale.
Partiamo dal primo cittadino di Napoli, che ha trasformato in un’autentica latrina a cielo aperto, quella che ad un tempo era la Capitale del Sud. Come avevamo del resto ampiamente annunciato non più tardi di alcuni mesi fa, il capoluogo partenopeo è ad un passo dal crac.

Le vacue promesse di risanamento del sindaco che rappresenta solo ed esclusivamente i cessi (a)sociali, sono miseramente fallite di fronte all’inflessibilità della Corte dei Conti che ha contestato al Comune di Napoli un dissesto pari ad oltre 120 milioni di euro, che trovano origine in un debito mai saldato risalente – pensate un po’ – al lontano 1981!
Al di là del fatto che il “sindachino” ha ereditato una situazione che gli è stata lasciata dai suoi predecessori, ciò che francamente è grottesco è vedere come questo signore stia cercando in maniera vergognosa di non ammettere le proprie responsabilità, incitando gli stessi napoletani vittime della sua negligenza e della sua inettitudine ad una rivolta……Varrebbe la pena solo ricordargli che esiste una prassi attraverso cui si può concordare il rientro dall’esposizione debitoria con chi vanta un credito, provando magari a spalmare ed a dilazionare nel tempo quanto dovuto.
Ed invece, nulla di tutto ciò è avvenuto. Perché non solo le casse comunali sono state svuotate inesorabilmente facendo finta di niente, ma la qualità di vita dei cittadini è ulteriormente peggiorata. Basta del resto farsi un giro su pullman sovraffollati, sgarrupati, e quasi sempre in ritardo, per capire perché il presidente dell’ANM (Azienda Napoletana Mobilità) abbia presentato le dimissioni. La municipalizzata del trasporto pubblico è diventata un autentico pozzo senza fondo, e saranno i napoletani a dover farsi come al solito carico di sprechi, negligenze ed omissioni di chi sarebbe preposto ad amministrare quello che è un bene pubblico. Ed invece, non adempie al compito che gli è stato assegnato.

Appare dunque fuori luogo, da parte del caro “sindachino” questo volersi atteggiare a Masaniello non avendo la levatura morale per considerarsi capopopolo, quando chiunque dotato di senno non può fare a meno di notare come si aprano voragini come gruviera nelle strade ed i mezzi pubblici funzionino, come sopra accennato, a mala pena ed a giorni alterni. Per non parlare dello stato comatoso in cui versano le periferie, sempre più lontane da uno standard di vivibilità, che possa definirsi accettabile e degno di una città europea. Invece di organizzare feste e festicciole per far contenti i suoi sodali, si sarebbe dovuto preoccupare di garantire ai suoi concittadini una migliore vivibilità. Ovvero, il minimo sindacale per poter dire di essere con la coscienza a posto, ammesso e non concesso che il sindaco in carica ne abbia poi una…..
Il discorso riguarda senz’altro De Magistris. Ma in questa sede va esteso – per onestà intellettuale – anche a chi ha gettato fumo negli occhi dei più sprovveduti, riempiendosi la bocca con la parola “rinascimento”. Quando in realtà, l’unico “rinascimento” che gli possiamo riconoscere è stato quello dei cumuli di spazzatura (vero, Berisha e Rosetta?) che hanno fatto parte del paesaggio e del panorama partenopeo per tanti, troppi mesi…..
Giggino “o’ sindachino”, ad ogni buon conto, non poteva non sapere e, per quello che ci riguarda, dovrebbe pagare di tasca propria. Unitamente a chi lo ha preceduto ed a quei manager che si sono indegnamente intascati stipendi da nababbo (in totale dispregio della crisi che sta mandando sul lastrico tantissime imprese e famiglie) con cui hanno letteralmente svuotato le, già di per sé, esangui casse comunali.

Quello che ha fatto Giggino “o’ sindachino”, però potrebbe essere replicato su scala addirittura nazionale, da un suo conterraneo che sino a qualche anno fa era conosciuto, quale addetto alla vendita ed alla somministrazione di bibite all’interno dello Stadio San Paolo, quando gioca la SSC Napoli.
L’altro “esponente di spicco” della classe politica napoletana 2.0 che tanto di sé sta facendo parlare in questi ultimi giorni è, infatti, Giggino “o’ bibitaro” detto Di Maio. L’esponente grullino impazza in tv e giornali, e non certo perché in campagna elettorale abbia parlato di cose serie, anzi…..cosa che lo rende una new entry in assoluto nella nostra particolare classifica di sgradimento politico. E che si va ad aggiungere all’ebetino di Firenze, al fannullone padano ed al sindachino napoletano.
Tornando al bibitaro, come da costume consolidato nella Repubbliche delle banane italiota, è bastato promettere il reddito di cittadinanza per ottenere il pieno di voti. La scoperta dell’uovo di colombo che, però, ha fatto presa sulla parte più stupida ed ignorante dell’elettorato che è caduto nel tranello, sapientemente ordito da chi dispone anche di poderosi strumenti comunicativi per fare facilmente presa su chi crede ancora alle favole…

Credevamo che solo personaggi di fantasia come Cetto La Qualunque (magistralmente interpretato da Antonio Albanese) potessero essere gli unici a spararla più grossa. Ma siccome la realtà va ben oltre la fantasia, ecco che è la politica a diventare essa stessa comicità e dunque non bisogna meravigliarsi se uno dei candidati premier trova il tempo di deliziarci con quella che è una vera e propria boutade propagandistica.
Il reddito di cittadinanza, tradotto – è proprio il caso di dire – in soldoni, vuol dire che anche chi non lavora può avere un reddito a disposizione. Un’autentica manna dal cielo per chi non ha voglia di fare un cazzo dalla mattina alla sera (e sono in tanti….), perché tanto saranno i soliti fessi che lavorano, a metterli nelle condizioni di avere qualcosa con cui mangiare…..
Una misura di stampo assolutamente assistenzialista e clientelare che, se attuata, darebbe il definitivo colpo di grazia ad un bilancio dello stato con un buco ormai incolmabile, come attestano gli oltre 2 miliardi di euro. Infatti, anche qui come avevamo a suo tempo evidenziato per il Comune di Napoli, c’è la conditio sine qua non di disporre delle necessarie coperture finanziarie per poter erogare somme che – per quello che si sa - possono arrivare anche ai 1.600 euro mensili per i nuclei familiari composti da due bambini.

E non è difficile intuire che – a dispetto dei roboanti proclami dei pentastellati che parlano di un’operazione da circa 17 miliardi di euro all’anno, mentre in realtà il conto sarebbe ben più salato – l’operazione ricadrà sulle spalle di chi lavora e produce. Perché l’abolizione dei vitalizi ed il dimezzamento dello stipendio dei parlamentari, ci appaiono delle lodevoli intenzioni e nulla più, considerando il prevedibile fuoco di sbarramento che la casta opporrà.
E dunque saranno i già abbondantemente spremuti imprenditori a pagare il conto ai tanti fancazzisti presenti nel nostro paese. Con conseguenze del tutto immaginabili, perché un ulteriore inasprimento fiscale invoglierebbe quelle poche imprese nostrane ancora presenti in questo maledetto paese, a scapparsene all’estero. Con un tasso di disoccupazione destinato fatalmente ad attestarsi anche oltre il 30% e che farebbe assomigliare l’itaglia più al Venezuela di Chavez e Maduro, che non ad un paese europeo…

Fatta questa doverosa premessa, hanno riempito le prime pagine di giornali e telegiornali le notizie provenienti dai CAF (Centri Assistenza Fiscale) sparsi soprattutto al sud, letteralmente presi d’assalto da chi riteneva che – siccome il Movimento 5 stelle aveva ottenuto il maggior numero di voti come lista e dunque aveva vinto le elezioni – era già pronto il modulo per chiedere l’erogazione di queste somme…..
Ci sarebbe da ridere per non piangere, e non solo per l’assurdità della situazione (il nuovo governo non è stato, al momento, ancora formato e bisognerà capire cosa intende fare il presidente della repubblica di Bananaland Mattarella….), ma anche perché questo è solo ed esclusivamente il frutto di una vera e propria menzogna dal momento che questo sgangherato paese è sull’orlo del default e non può assolutamente permettersi una misura di questo tipo!
Questa promessa di Giggino “o’ bibitaro” è da catalogare alla voce LIBRO DEI SOGNI, e non ha davvero nulla di diverso – dal punto di vista morale - dai pacchi di pasta distribuiti dal comandante Achille Lauro, ai tempi in cui era sindaco di Napoli. Anzi, c’è qualcosa qui che è anche peggiore perché si sta giocando con i sacrifici di chi ancora ritiene che lavorare per davvero, sia uno dei modi più importanti con cui nobilitare la propria esistenza e provvedere al proprio sostentamento, senza elemosinare niente da nessuno.
DEMA, come DEMAgogia e populismo spicciolo allo stato liquido...

Promettere, illudere ed ingannare il prossimo con qualcosa di semplicemente irrealizzabile gli elettori ci fa ben capire con quali pericolosi personaggi abbiamo a che fare, e non ci induce affatto ad essere ottimisti. L’andare poi ad ammettere che occorrerà però del tempo, affinché gli uffici di collocamento possano essere riformati allo scopo di provvedere a dare soldi a tutti senza (e lo ribadiamo a caratteri cubitali) FARE UN CAZZO, rende ancor più squallido e meschino, chi si autoproclama e si autoreferenzia unilateralmente non si sa in base a quale parametro, quale simbolo indiscusso del “nuovo che avanza”.
Quando in realtà ci appare del tutto evidente – parafrasando Tomasi di Lampedusa – che il regime in maniera gattopardesca vuol far credere che “tutto cambia”, quando in realtà non sta cambiando proprio nulla! Il canovaccio noi però ormai lo abbiamo capito, e non certo da oggi.

Il problema è che la gara fra chi è più Defi, purtroppo, non è però riservata solo a DeMa e DiMa… e basta vedere la contestazione della stessa Corte dei Conti per l'ex sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che è indagato per danno erariale di 2,2 milioni di euro per l'assegnazione diretta della fornitura di alberi alla Mantovani S.p.A. , per non parlare di miss Virginia Raggi a Roma.
Insomma, se Atene piange, Sparta non ride...

Francesco Montanino



mercoledì 7 marzo 2018

I VATE (R) DELLA NUOVA ITAGLIA...

Un paese ingovernabile e politicamente (e non più geograficamente) diviso in due distinte realtà, con la concreta prospettiva di un immediato ritorno al voto. Non crediamo di allontanarci eccessivamente dalla verità, se volessimo liquidare in poche ma stringate battute l’esito di questa tornata elettorale che ha visto i successi dei due lati dell’inconsistenza e del nulla politico rappresentati rispettivamente da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio. Cui hanno fatto da contraltare il crollo del PD e della sinistra e la tenuta assai stentata di Forza Ita(g)lia.
Alla fine, le urne hanno partorito il topolino della mancanza di una maggioranza con i numeri necessari per governare, dal momento che tanto alla Camera quanto al Senato il Movimento 5 Stelle e la coalizione di centrodestra non avrebbero il via libera per dar vita ad un esecutivo. Lo scenario più probabile è dunque quello di nuove elezioni, a meno che i partiti di regime non ci delizino con nuovi inciuci attraverso cui prendere in giro gli elettori che stavolta sono accorsi in massa ai seggi, come attesta la percentuale del 74% di affluenza. 

Ha fatto molto male, piuttosto, vedere scomparire totalmente dal dibattito politico la tematica di una riforma in senso federale di un paese in avanzato stato di putrefazione come questo. Perché la campagna elettorale che ci siamo appena lasciati alle spalle, la ricorderemo come quella in cui gli aspiranti candidati premier (o presunti tali) non hanno mai dato vita a confronti pubblici, necessari affinché gli elettori potessero immediatamente soppesare e confrontare le varie offerte politiche. Così invece non è stato, ed abbiamo visto spot fare la comparsa sui social, mentre in pochissimi sapevano che in Lazio ed in Lombardia si votava anche per il rinnovo dei rispettivi consigli regionali.
Tornando all’analisi del risultato politico, stiamo notando in queste ore come tanto il fannullone padano Salvini, quanto il bimbominkia Di Maio chiedono a gran voce il mandato “esplorativo” attraverso cui formare il nuovo governo. Indipendentemente da chi per primo riceverà tale incombenza, appare chiaro agli occhi di tutti che mai questa volta, il concetto di unità d’itaglia sia quanto meno lontano. Vediamo il perché. Al Nord, il centrodestra ha – come da previsioni – fatto il pieno di voti, conquistando anche regioni storicamente di sinistra come l’Emilia Romagna, sulla scia dei referendum sull’autonomia dello scorso mese di ottobre con cui Lombardia e Veneto hanno fatto chiaramente capire a Roma di essere stufe di vedersi trattenere le proprie risorse dallo stato centrale. Da qui però a dire che le tematiche secessioniste possano trovare vigore ce ne passa. Perché la Lega di Salvini ha abiurato qualsiasi istanza indipendentista con la quale era invece nata, alleandosi con gli sfigati (s)fascistelli della Meloni e ricadendo comunque nell’area di influenza berlusconiana, dopo che il parassita padano aveva urlato e promesso ai quattro venti ed a più riprese che non si sarebbe mai alleato con l’ex Cavaliere di Arcore.

Invece, abbiamo assistito ad una riproposizione 3.0 di un’alleanza che abbiamo imparato purtroppo a conoscere a metà degli anni ’90 e sino al 2011, quando Berlusconi fu costretto alle dimissioni da un complotto ordito dagli eurocrati che pensarono bene di piazzare Monti ed altri mefitici personaggi come i Letta, i Renzi o i Gentiloni che non hanno mai ricevuto la necessaria investitura popolare.
Le promesse di una riduzione delle tasse e di maggiore sicurezza, seppure condivisibili, potrebbero essere attuate solo in un contesto realmente federale e non certo in un paese come questo, malato di assistenzialismo, burocrazia e statalismo.
Dall’altro capo della barricata, possiamo tranquillamente affermare – e senza timore di essere smentiti – che molti dei voti conquistati in precedenza dal PD sono stati fagocitati dal Movimento 5 Stelle che al Sud ha dilagato in maniera clamorosa.
Per Renzi, Gentiloni e l’intera sinistra si è trattata di una batosta dalle proporzioni tutto sommato prevedibili, dal momento che tale coalizione non solo ha riempito a dismisura il nostro paese di immigrati irregolari creando gravissimi problemi di ordine pubblico, ma ha peggiorato in maniera sensibile la condizione economica di ampi strati della popolazione, impoverendola a suon di tasse e gabelle che sono servite per alimentare quello che in realtà può essere catalogato quale spregevole e vergognoso mercimonio. Attraverso cui si sono arricchite certe cooperative e pseudo associazioni umanitarie, a scapito di chi produce e fa sempre più fatica a far quadrare i conti a fine mese. Sono apparsi stucchevoli e patetici gli squallidi tentativi di rispolverare gli spettri del fascismo, quando le sigle di estrema destra hanno raccattato percentuali da prefisso telefonico e certi episodi come quelli di Macerata - seppur deprecabili e condannabili senza se e senza ma - sono stati la reazione (ribadiamo, sbagliata) di una delle tante bravate delle risorse che certe anime belle come la Boldrini non si sono mai prese la briga di condannare, nonostante fossimo stati in presenza di un orrore commesso ai danni di una donna!

Non è difficile per tali motivi intuire che è bastato promettere la luna (nella fattispecie il reddito di cittadinanza a disoccupati, precari e giovani) per ottenere quei voti che hanno reso il partito di Grillo, il primo per numero di consensi conquistati. Insomma, siamo tornati ai tempi del voto di scambio attraverso cui all’elettore bastava contrassegnare il simbolo del partita che ne andava elemosinando il voto, per avere in cambio un favore. Qualcuno ha tirato in ballo i pacchi di pasta elargiti da Achille Lauro ai tempi in cui è stato primo cittadino di Napoli, ma tutti sanno che qui stiamo disquisendo di qualcosa di ben più grande. Stavolta si parla di una cospicua somma di denaro, presa non si sa bene da dove, allo scopo di illudere milioni e milioni di persone che considerano l’ex venditore di bibite Di Maio, quale il loro nuovo Messia sceso dal cielo……
Nel programma pentastellato, al di là di queste facili promesse e di un atteggiamento ancora ambiguo in merito al gravissimo problema rappresentato dall’immigrazione selvaggia, non c’è alcuna traccia di misure volte a sviluppare l’imprenditoria al Sud. Perché la nostra terra ha sì sicuramente bisogno di lavoro e benessere, ma non certo nel modo con cui in maniera assai illusoria e demagogica qualcuno ha pensato bene di fare, in queste ultime settimane.
Occorre infatti creare le condizioni affinché chi voglia fare impresa dalle nostre parti lo possa fare, contando su un fisco non più oppressivo, potendo contare sullo snellimento delle procedure burocratiche ed infine un pacchetto di misure attraverso cui eliminare ed estirpare totalmente la criminalità presente ancora sul nostro territorio. Non abbiamo sentito da nessuno pronunciare tali concetti, e ciò non ha fatto altro che attestare la mentalità tipicamente assistenzialista e parassitaria di ampi strati della popolazione meridionale, che non ha perso il deprecabile vizio di stare dietro ad improbabili pifferai magici. Dando dunque per l’ennesima volta il peggio di sé.

Dopo la Democrazia Cristiana ed i nipotini dei comunisti, adesso è il turno di chi sta promettendo mari e monti, ben sapendo che si tratta di un libro dei sogni di difficile realizzazione. Non basta in maniera demagogica dire che saranno ridotti gli stipendi dei parlamentari o eliminati i vitalizi. Certo, si tratta di una best practice che doveva essere adottata già da alcuni lustri. Ma sino a quando esisteranno dei carrozzoni che campano grazie alle tasse estorte da questo stato sciacallo e criminale, riteniamo che la riduzione del deficit e del debito pubblici siano obiettivi molto difficili da raggiungere. E che ancora peseranno sulle nostre già esangui tasche chissà per quanto tempo ancora!
Il Movimento 5 Stelle, lo ribadiamo con forza e rinnovato vigore, non può assurgere al rango di entità meridionalista dal momento che è mosso dalla massoneria internazionale, storicamente nemica della nostra terra e che ha sempre visto con grande preoccupazione le istanze indipendentiste provenienti ad esempio da realtà come la Catalogna, la Scozia o i Paesi Baschi.
Siamo sempre dell’idea che il Mezzogiorno per potersi finalmente affrancare da tale condizione di subalternità, debba innanzitutto secedere da un’itaglia che lo ha letteralmente spolpato, sotto tutti i punti di vista in oltre 150 anni di unità fittizia. Non chiediamo affatto la guerra civile, così come qualche allocco di regime vorrebbe far credere al solo scopo di continuare a preservare la propria immeritata posizione di privilegio. Ma molto più semplicemente applicare un diritto – quello all’autodeterminazione dei popoli – che è sancito anche dall’ONU e che dunque dovrebbe spettarci. Un Sud federale ed in grado di sviluppare autonomamente le proprie immense risorse e di darsi proprie leggi tanto in materia di sicurezza (anche ricorrendo a provvedimenti eccezionali, pur di espellere il pus rappresentato dalle organizzazioni criminali presenti sul suo territorio che ne hanno sempre tarpato qualsiasi voglia di riscatto e di rivalsa), quanto di misure volte ad attrarre capitali dall’estero attraverso la sburocratizzazione e un regime fiscale agevolato sulla scia di quanto sta ad esempio accadendo in realtà come Svizzera, Russia, Bulgaria ed altri paesi dell’est europeo e non solo, nei quali molti imprenditori nostrani si sono recati per poter sviluppare i propri business. Il tutto accompagnato dall’uscita dall’Euro (moneta che ha letteralmente messo in ginocchio il Sud) e la revisione di certi trattati internazionali che si sono rivelati essere solo perniciosi per i nostri interessi.

Ecco, basterebbe questo solo per cominciare. Si tratta di misure semplici e dettate dal buonsenso che però in questo paese difficilmente fanno presa perché ci sono interessi particolari ancora duri ad essere estirpati ed ognuno pensa egoisticamente al proprio orticello. Perché anche quei nostri conterranei che pensano di campare alle spalle di chi lavora e produce, senza fare un cazzo dalla mattina alla sera non sono poi molto diversi da chi invece, in maniera superba ed arrogante, ritiene di appartenere ad una razza superiore.
Si prospetta, dunque, un futuro assai nebuloso per questo paese che è sul punto di esplodere definitivamente, con una spaccatura che lascia comunque presagire uno spazio per i movimenti che si ispirano a tematiche federaliste ed indipendentiste che rilancino un tema che è l’unica strada da percorrere per evitare un disastro che vediamo sempre più imminente. A patto però che il coordinamento che abbiamo proposto con Popoli Sovrani trovi finalmente espressione in una cartello in cui ci sia chi veramente sia mosso da una reale volontà di cambiamento. I tempi però sono risicati perché gli appuntamenti elettorali nello stretto giro di un anno potrebbero essere due (non più dunque le sole elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo), per le ragioni che abbiamo provato ad esporre.

F.M.


domenica 7 gennaio 2018

SIMBOLI E SIMBOLETTI…

La recente partita di calcio fra Napoli ed Atalanta, valevole per i quarti di finale di coppa ita(g)lia, si è lasciata dietro di sé degli strascichi che poco o niente hanno a che vedere con il calcio giocato. 
Alla vittoria sul campo dei bergamaschi per 2-1, si sono infatti accompagnati due eventi che non possono certo lasciarci indifferenti. L’esposizione di uno striscione – portato da certa feccia orobica - recante l’immagine di Lombroso ed il post di tale Giuseppe Pini, esponente della lega salviniana, meritano una nostra attenta analisi.
Partendo dallo striscione della vergogna, manifestiamo il nostro totale sdegno e disgusto di fronte all’incredibile ignoranza manifestata da chi controlla l’accesso ai settori dello stadio “San Paolo” di Napoli, avendo fatto introdurre uno dei simboli più deprecabili ed odiosi del genocidio che fece seguito alla colonizzazione sabauda della nostra terra. A fare da contraltare, il divieto valido per il simbolo del Regno delle Due Sicilie che comunque rappresenta un pezzo della storia del Sud che parla – ad ogni di buon conto – di una libertà durata la bellezza di 7 secoli, nonostante anch’esso non sia la meraviglia che i nostalgici neo-barbonici vogliono continuare a far credere.

Ma chi era Marco Ezechia detto Cesare Lombroso? Non tutti sanno che questo turpe personaggio, nato a Verona il 6 novembre 1835 e crepato a Torino il 19 ottobre 1909 (fonte: wikipedia), era il teorico della delirante teoria della “criminalità per nascita” e dell’inferiorità dei meridionali!
Un modo vergognoso con il quale i Savoia hanno voluto far credere che il “brigantaggio” fosse un fenomeno delinquenziale e fuorilegge dal momento che riprendendo le tesi di questo “signore” che sosteneva che “un criminale è tale perché ci nasce”, volevano trovare la giustificazione morale per i crimini di guerra di cui si sono impunemente macchiati.
Donne, bambini ed anziani trucidati e deportati in lager come quello di Fenestrelle in Piemonte, rappresentano ancora oggi una vergogna che non smetteremo mai di denunciare e di rinfacciare, a chi sventola un tricolore che non ci appartiene.
Insomma una folle base concettuale del tutto simile a quella che adoperarono i nazisti nei confronti del popolo ebraico, oltre mezzo secolo dopo. Stendiamo poi un velo pietoso sul museo a lui dedicato, che consideriamo un autentico museo degli orrori che sarebbe magari anche il caso di chiudere. Dal momento che è un luogo in cui sono esposti in bella mostra una macabra collezione di crani ed altre parti di corpi umani. Compresi quelli di chi aveva semplicemente lottato per difendere la propria terra, dall’invasione di uno stato nemico come quello sabaudo!

La colpa dunque nostra sarebbe quella di essere nati in una terra dove essere camorristi, scansafatiche, lavativi o mafiosi è un qualcosa di genetico. Peccato però che la Storia racconta anche di eventi in cui la “presunta” superiorità morale e non solo del Nord venga clamorosamente capovolta.
E qui ci rivolgiamo non solo e non tanto a chi rimpiange reucci da operetta come i Franceschiello di turno e di accatto, e fa del piagnonismo la propria ragione di vita. Ma anche e soprattutto a chi come Gianluca Pini, ha sentito il bisogno di esprimere la propria soddisfazione per la vittoria dei bergamaschi in “terra estera”.
In un post di Facebook, uno dei più fidati uomini al soldo del fannullone padano Matteo Salvini ha esternato in questo modo il successo calcistico di una squadra che non è neppure quella della sua città (è nato infatti a Bologna) in quella che considera “estero”. In effetti, a ben guardare in parte ha ragione dal momento che anche noi consideriamo Bergamo, una località di uno Stato estero, al quale ci auspichiamo si possa un giorno accedere con il passaporto della nostra Repubblica Federale di Ausonia.

Ma a costui, dal momento che tende ad accomunarci con la parte perdente del Sud vogliamo raccontare, non il solito folkloristico “fattariello”. Ma una vera e propria pagina di storia che forse dovremmo iniziare ad imparare bene anche noi, per difenderci da chi ancora oggi ci considera inferiori!
Dal sito Stupor Mundi (www.stupormundi.it) volentieri riprendiamo, la cronaca dettagliata della battaglia di Cortenova. Un luogo che i cari seguaci della Lega dovrebbero conoscere assai bene, dal momento che lì il grande sovrano normanno-svevo Federico II inflisse una memorabile batosta ai loro antenati.
Rientrato in Italia nel 1236 dopo un soggiorno in Germania, Federico II ritenne che era giunto il momento di sottomettere i Comuni lombardi: la Lega Guelfa aveva abbandonato la consueta baldanza, l’alleanza con Ezzelino da Romano aumentava le possibilità di successo. Federico II intraprese la seconda campagna di Lombardia con l’obiettivo di occupare Brescia, che gli avrebbe consentito di raggiungere con facilità Milano, il nemico più potente e determinato. Alla fine dell’estate del 1236, l’esercito svevo iniziò le operazioni militari con la conquista del castello di San Bonifacio, nel Veronese; ed ai primi di ottobre, superò il Mincio tra Valeggio e Cavriana, entrando in territorio mantovano. Dopo l’occupazione di alcune fortezze, Mantova fu la prima a firmare un armistizio, determinata più dal timore di essere distrutta che non costretta da un’ardita operazione sul campo. Successivamente furono dati alle fiamme i castelli di Mosio, Marcaria, Redonesco, Guidizzolo, conquistate le località di Carpenedolo e Casaloldo. In breve tempo fu acceso un fronte vastissimo, lungo oltre quaranta miglia: Federico II intendeva occupare il territorio per isolare i centri maggiori ed ottenerne la resa della Lega Guelfa con maggiore facilità. A Goito, espugnata dopo una rapida ma aspra battaglia, fu eretto il campo imperiale; attraversato il fiume Chiese a Calcinato, fu assediato il castello di Montichiari, la cui resa fornì a Federico l’illusione di avere in pugno la situazione. Ad inizio novembre gli Imperiali occuparono il castello di Pontevico, pronti a dirigersi su Brescia. L’esercito della Lega, che nel frattempo aveva superato il fiume Oglio e si era portato in soccorso a Brescia, si recò incontro al nemico, con la duplice intenzione è di allontanare il pericolo dalla città e è di evitare lo scontro in campo aperto che avrebbe visto rapidamente vincitore il più agguerrito esercito imperiale”.

La narrazione prosegue poi con l’epica battaglia di Cortenova, teatro dello scontro cruciale fra le forze in campo, con un capolavoro tattico firmato da Federico II che trasse in un decisivo tranello i lombardi.
“L’incontro fra i due eserciti avvenne tra Manerbio e Pontevico alla confluenza del fiume Mella con il fiume Oglio: una prima vittoria della tattica guelfa, dato che la zona paludosa rendeva inoffensiva la cavalleria pesante sveva. I due eserciti si guardarono in cagnesco per una quindicina di giorni, finché Federico II, visto che non poteva marcire un inverno in un acquitrino, definì una strategia che si dimostrerà vincente. Le cronache riferiscono che il 24 novembre 1237 Federico manovrò le truppe in modo da fornire al nemico l’impressione di volerle ritirare in direzione di Cremona. Per rendere più evidente la manovra, fece attraversare l’Oglio agli uomini ed alle salmerie su diversi ponti, che furono immediatamente abbattuti ed incendiati. Ma la realtà si prospettava molto diversa. Raggiunta la riva destra del fiume Oglio, l’esercito svevo iniziò a risalire il corso del fiume verso nord e raggiunse in poche ore l’abitato di Soncino, dove pose il campo in attesa di conoscere le mosse del nemico. I Lombardi, viste le manovre del nemico, il 26 novembre si sentirono liberi di uscire dalle posizioni: i Bresciani ritornarono alle loro case, convinti di avere ormai scongiurato il pericolo dell’assedio, mentre i Milanesi, assieme ai loro alleati, si misero in marcia sulla riva sinistra dell’Oglio dirigendosi verso nord, convinti di allontanarsi dall’esercito imperiale. Era il momento che Federico attendeva; tant’è che all’alba del giorno 27 tolse il campo che aveva posto a Soncino e proseguì la marcia verso nord con l’idea di attendere il nemico e di aggredirlo su un terreno favorevole. Egli aveva ben compreso che i Lombardi, per ritornare a Milano, potevano attraversare l’Oglio solo utilizzando i solidi ponti di Palazzolo e Pontoglio. L’esercito della Lega si potrò a nord con una marcia rapidissima: nella tarda mattinata dello stesso 27 gli uomini ed i mezzi erano pronti ad attraversare l’Oglio a Palazzolo, per dirigersi poi verso l’amica Cortenova. Le operazioni di transito sul fiume si protrassero per alcune ore, consentendo a Federico di acquartierare il proprio esercito poche miglia a sud di Cortenova, deciso ad affrontare i Lombardi senza dar loro il tempo di organizzare le difese. Il che avvenne puntualmente. L’Imperatore ebbe appena il tempo necessario per disporre la cavalleria in assetto di guerra, di gridare qualche ordine concitato fra i boschi fradici avvolti dalla bruma, che lo scontro avvenne attorno al Carroccio dei Milanesi, dove i fanti lombardi si ammassarono rapidamente, pronti ad una strenua resistenza. In uno sforzo disperato essi riuscirono a mantenere le posizioni, finché il buio della notte consigliò ad entrambi i contendenti di sospendere le ostilità. La mattina successiva, all’alba del 28 novembre, Federico II ebbe una sgradita sorpresa: approfittando della tregua, i Lombardi si erano ritirati, evacuando l’accampamento ed il fortino occupato. Non gli non restava che gettarsi all’inseguimento dei fuggiaschi: in poche ore, l’esercito lombardo presente a Cortenova subiva una pesante batosta: molti soldati furono uccisi dalle armi sveve, altri annegarono nei fiumi in piena nel tentativo di fuggire”.


Una volta stroncata la resistenza dei lombardi, Federico II fece il proprio trionfale ingresso nella città amica di Cremona in cui fece sfilare il Carroccio, privo di ornamenti e trainato da un elefante bardato a festa, e sul quale era legato Pietro Tiepolo, ovvero il capo della Lega Lombarda. Ma non è tutto. Il sovrano normanno-svevo lo donò al Papa a Roma, con la promessa di riservargli onori e che fosse opportunamente e gelosamente conservato al Campidoglio.
Quella battaglia segnò di fatto la fine della Lega Lombarda e rappresentò il punto di massimo splendore militare raggiunto dalla dinastia degli Hohenstaufen.
Con questo, abbiamo voluto ricordare sia ai neo-barbonici che a certi esponenti della Lega che bisogna stare molto attenti quando si intende scegliere i simboli. Tanto gli uni, quanto gli altri si affidano  infatti ad emblemi che nella Storia, sono stati accomunati dalla parola FALLIMENTO.
Ai seguaci dei Borbone, vogliamo solo ricordare che il Sud non è grande solo perché da queste parti hanno inventato per primi il bidet o la prima rete ferroviaria. Certo, il periodo borbonico rappresenta una pagina della storia della nostra terra che va studiata. Ma con le giuste razionalità e criticità perché nel contempo presenta tanti lati oscuri, dal momento che è per causa loro che adesso ci ritroviamo occupati da un regime criminale e famelico come quello itagliano, da oltre un secolo e mezzo.

La funzione dei neo-barbonici è quella di tenere ancora nell’ignoranza la popolazione meridionale che probabilmente poco o nulla sa, ad esempio, che grazie a Federico II° a Napoli venne costruita una delle prime università europee e che le “Constitutiones Melphitanae”, rappresentano ancora oggi un importante punto di riferimento per i giuristi. Potremmo anche citare la Scuola Siciliana, dalla quale ha tratto origine la nostra letteratura attraverso l’utilizzo di una lingua romanza (il siciliano) diversa dal provenzale. Napoli e Palermo divennero capitali culturali di ampio respiro, dal momento che nella Corte di Stupor Mundi si incontravano le culture araba, ebraica, germanica, greca e latina realizzando un esempio di vera integrazione fra i popoli che oggi ci appare difficilmente realizzabile.
Ai nipotini del Carroccio come Pini o Salvini, rimembriamo che a tirare troppo la corda va finire che si spezza, perché più di una volta la Storia ha fatto la propria comparsa ed ha ammonito l’uomo da non perpetuare i propri errori, con i ricorsi.


Non a caso, abbiamo voluto scegliere l’effigie federiciana quale simbolo del nostro partito, proprio perché siamo convinti che il Sud non può e non deve continuare a passare come una terra, in cui vivono persone che sanno solo piangersi addosso e che facilmente si vendono al potente di turno. L’esperienza normanno-sveva ci parla di un Mezzogiorno vincente, temuto da chiunque ed in grado di farsi rispettare tanto dal Papa quanto dal mondo islamico che pure non nascondeva mire espansionistiche nei confronti del Vecchio Continente.

F.M.
 
Copyright © 2013 LEGA SUD - BLOG UFFICIALE
Design by STUDIO EREMITA 4.0 | © LEGA SUD AUSONIA