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domenica 12 novembre 2017

IN SICILIA VINCE L’INDIFFERENZA, IN CATALOGNA SI CONTINUA A LOTTARE CONTRO LO STATALISMO!

Una grande occasione persa. Dopo i referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto c’era una certa attesa per le elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana, da sempre importante riferimento politico e non solo, per la storia attraverso cui è nato uno Statuto Speciale che permetterebbe – se rispettato ed utilizzato per com’è stato concepito – all’antica Trinacria, già di poter essere quasi del tutto indipendente dall’abbraccio letale e mortifero del regime di Roma ladrona. Il quale da sempre ha nella mafia il proprio braccio armato nell’isola, con cui tarpare ogni ipotesi di sviluppo ed affrancamento da una condizione di schiavitù cui ormai è sottoposta, insieme a tutto il Sud, da oltre un secolo e mezzo.
Alla fine, a succedere allo “sbiancatore d’ani” (al secolo Rosario Crocetta), è Nello Musumeci sostenuto da quell’accozzaglia di partiti di centro-destra che vede insieme appassionatamente Salvini, Meloni e Berlusconi in quello che è stato definito “il patto dell’arancino”. Dopo la crostata, adesso è il turno della gustosa specialità sicula essere “depositaria” simbolica degli accordi fra forze politiche, capaci solo di prendere in giro e truffare sempre e comunque i cittadini. I tre soggetti in questione, ancora una volta, fanno solo finta di litigare fra loro perché poi – dati di fatto alla mano – l’accordo con cui spartirsi le cadreghe lo riescono sempre a trovare, con un cliché che abbiamo già abbondantemente imparato a conoscere in questi anni.

La coalizione fra questi tre impresentabili ha partorito il topolino di un personaggio che non rappresenta per niente il “nuovo che avanza”, con un passato di estrema destra che lo rende distante anni luce, dalla vocazione indipendentista della Sicilia. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, Musumeci è l’emblema di quel nauseabondo putridume mafioso e massonico, di cui il meridione proprio non riesce a liberarsi.
Particolarmente interessante il risultato ottenuto da Salvini e quel che resta della fu Lega Nord, che approda all’Assemblea Regionale Siciliana solo grazie ai voti ed all’aiuto degli (s)fascistelli e di quegli ascari (poco più di 100.000) che hanno abboccato alle sparate ricche di demagogia ed inconcludenza, del fannullone padano. Stendiamo un velo pietoso poi su quello che i soliti pennivendoli ignoranti hanno etichettato quale “leghista del Sud”, attraverso cui il re delle ruspe vorrebbe arruffianarsi le simpatie di quello stesso Mezzogiorno da lui stesso, in passato, offeso a più riprese e non solo con i patetici e famigerati cori da stadio rivolti ai napoletani.

A contendere lo scettro a Musumeci, in quello che come prevedibile alla fine si è rivelato essere un vero e proprio testa a testa, il candidato grillino Giancarlo Cancellieri. Il “partito degli onesti” ha ottenuto la maggioranza dei voti di lista (26,6%), ma questo non gli è bastato per portare il proprio rappresentante a Palazzo dei Normanni. I giochetti della stampella dell’estrema sinistra ormai sono stati anch’essi smascherati dall’evidenza dei fatti, e dunque anche l’incoerenza dei vari Di Maio e Di Battista non poteva che portare a questi miseri risultati.
Al di fuori dei giochi, clamorosamente ma non più di tanto, il PD (che si era affidato a Fabrizio Micari) che paga il giusto prezzo per un quinquennio di Crocetta a dir poco scellerato ed allucinante in cui la pessima gestione di emergenze vecchie (degrado ed elevata disoccupazione) e nuove (flussi immigratori provenienti dal vicino Nord-Africa), non poteva non costare carissimo a chi altro non sta facendo che eseguire fedelmente e quotidianamente gli schifosi ed odiosi diktat provenienti dalle lobby mondialiste.
In sede di introduzione di questo articolo, si è rimarcato come però si sia trattata di una grande occasione persa e non solo perché il vero vincitore di questa tornata elettorale è stato l’astensionismo (circa il 53% degli aventi diritto al voto ha deciso di disertare le urne), a testimonianza di una evidente e diffusa disaffezione da parte dei cittadini nei confronti della politica. Ma anche perché i movimenti realmente indipendentisti avevano l’occasione più unica che rara – con un sistema in evidente crisi di identità per le ragioni sopra esposte – di coalizzarsi e rivendicare la piena e totale applicazione di quello Statuto per il quale, non dimentichiamolo, il Patriota Salvatore Giuliano ha speso la propria vita!

Un insulto ed uno schiaffo (l’ennesimo, a dire il vero) a chi, nell’immediato dopoguerra, si era ribellato alle angherie di un sistema che, attraverso la mafia, ha controllato di fatto questa magnifica e disgraziata terra negli ultimi 150 anni! I siciliani hanno dimostrato, ancora una volta, di non voler voltare pagina e di non far seguire alle chiacchiere, i fatti!
In molti hanno dato le colpe della grave situazione in cui versa la Sicilia, al suo Statuto. Non ci stancheremo mai di ripetere che lo strumento, se sapientemente utilizzato, è ottimo perché permetterebbe a quel popolo di sfruttare al massimo le immense risorse di cui dispone ed anche di avere una prevalenza in molte materie legislative, perché antecedente rispetto alla Costituzione itagliana! Lo Statuto Siciliano è inoltre avversato dai politici ammanigliati con il regime perché, una volta attuato, non permetterebbe loro di continuare a rubare ed a sprecare, in malo modo tanto denaro pubblico così come hanno sempre fatto!
Ma se, in tutti questi anni, questo statuto speciale è rimasto inapplicato, allora vuol dire che i siciliani non meritano di disporre di un qualcosa che permetterebbe loro di avere sviluppo e benessere, senza dover necessariamente essere subalterni alle decisioni di Roma e Bruxelles che continuano, come ormai denunciamo da anni, a fare il bello ed il cattivo tempo!

Il sacrificio di chi – e ci fa davvero male dirlo e constatarlo - non ha esitato a dare sé stesso per questa terra, purtroppo, è stato vano. E mentre in questi giorni, in quella che ad un tempo era la seconda capitale dell’impero svevo-normanno, si sta discutendo delle cadreghe e non certo delle tante urgenze che attanagliano i siciliani, a Barcellona si continua a lottare per l’indipendenza.
Il popolo catalano in maniera fiera e compatta non si sta piegando di fronte all’inaudita ed insopportabile arroganza mostrata dalla carogna centralista e statalista di Madrid, supportata dai compagni di merenda in salsa europea, e da certi venduti ed accattoni di nostra conoscenza che hanno perso un’ottima occasione per starsene zitti.

Il premier spagnolo Mariano Rajoy si sta confermando di essere non solo politicamente sprovveduto, ma addirittura peggiore di quei dittatori sudamericani (vedi Maduro, Fidel Castro, Pinochet e Chavez) che pensano che i cittadini siano un oggetto ed un orpello, di cui poter disporre a piacimento. Buoni magari solo per estorcere loro tasse, attraverso cui poter tenere saldamente incollato sulla cadrega il proprio puzzolente deretano!
L’arresto (poi commutato in una pena pecuniaria di 150.000 euro) del Sindaco di Barcellona Carme Forcadell ed il mandato di arresto spiccato nei confronti di Carles Puidgemont (che ha chiesto asilo politico al Belgio) rappresentano soltanto le due ultime vergogne di una Spagna che non è ancora riuscita a scrostarsi di dosso, le scorie franchiste e fasciste a dispetto di quello che vorrebbe far credere.

In questa situazione, del tutto confusa ed a dir poco imprevedibile, aggiungono ulteriori elementi di ripugnanza tanto l’atteggiamento pilatesco di quel covo di parassiti e fancazzisti rispondenti all’Unione Europea che sta vedendo miseramente crollare la propria credibilità, sotto le sacrosante e legittime richieste di democrazia e libertà provenienti dalla Catalogna. Quanto la strafottenza, l’imbarazzo e l’indifferenza assolute di un ONU in avanzato stato di decomposizione, che eppure dovrebbe pronunciarsi di fronte alla palese violazione di un principio universale (il diritto all’autodeterminazione dei popoli) da parte di uno Stato, quello iberico, che è bene ricordarlo ha sottoscritto le norme internazionali sui diritti umani!
La Spagna – stando alle regole delle Nazioni Unite di cui fa parte - andrebbe sanzionata dapprima con misure economiche e poi, se dovesse persistere in questo suo atteggiamento, anche con un intervento militare visto e considerato che quella sui catalani sta assumendo, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, i contorni di una vera e propria repressione!
Mentre invece quel popolo indomito sta soltanto rivendicando la propria dignità in maniera pacifica e senza ricorrere ad alcun tipo di violenza, al contrario di ciò che vorrebbero farci credere i soliti pennivendoli asserviti al sistema centralista, oltre che della Guardia (In)Civil spagnola. Anch’essa foraggiata (altro pazzesco paradosso) dalle tasse di quegli stessi catalani, che non sta esitando a manganellare ed a macchiarsi di vere e proprie porcherie!!!

Un esempio che tutti i movimenti realmente indipendentisti e federalisti dovrebbero seguire anche alle nostre latitudini, partendo dai rispettivi territori di provenienza. A tal fine, riteniamo che  i tempi siano ormai maturi per un vero e proprio cartello politico che rifiuti innanzitutto ogni tipo di compromesso ed accordo con i partiti che fanno parte del regime, portando una proposta davvero alternativa, rispetto al vecchio ed allo stantio che ormai attanaglia lo stivale da oltre un secolo e mezzo.
L’idea di riunire tutte le sigle antisistema, sovraniste ed antistataliste noi, del resto, l’abbiamo già da tempo lanciata con il progetto denominato Popoli Sovrani d’Europa. Sta adesso a chi realmente persegue queste idee, raccogliere il nostro invito, sul rispetto del sacro principio basato sul fatto che OGNUNO E’ PADRONE IN CASA PROPRIA!


Ciò anche in vista, intendiamo sottolineare, della costruzione di un tipo di Europa dei popoli e delle libertà che è assai ben diversa, da quella attuale che ci hanno imposto le lobby e le massonerie, attraverso i propri sodali e relativi complici.

Francesco Montanino

sabato 11 novembre 2017

SPENDONO E SPANDONO E NOI PAGHIAMO: IL DISASTRO DEI CONTI PUBBLICI DI TORINO, ROMA E NAPOLI


Attenti a quei tre. No, non è il remake di un fortunato film di qualche tempo fa. Ma, ben meno amenamente, un riferimento ai disastri contabili dei comuni di Torino, Roma e Napoli e denunciati da tempo dalla Corte dei Conti. Un argomento di cui si è colpevolmente sottaciuto, ma che rischia di mandare letteralmente in default queste tre grandi metropoli, in cui appaiono evidenti oltre che gravissimi gli errori e le omissioni dei rispettivi primi cittadini che stanno dando sconcertanti prove di incapacità gestionale.
Chiara Appendino, Virginia Raggi e Luigi De Magistris stanno letteralmente portando al disastro i conti pubblici dei capoluoghi di regione di Piemonte, Lazio e Campania, alle prese con enormi difficoltà nel trovare la quadra necessaria per un bilancio che potrebbe decretarne il fallimento, non solo finanziario ma anche e soprattutto politico.

Merito (o colpa, dipende dai casi) di un articolo pubblicato sul quotidianoIl Sole 24 Ore” qualche giorno fa, in cui sono state messe sul banco degli imputati certe worst practice perpetrate da quegli amministratori pubblici che continuano allegramente a sperperare il denaro dei contribuenti, non solo fornendo beni e servizi pubblici che troppo spesso sono di qualità orrenda. Ma addirittura utilizzando tali soldi per far felici solo ed esclusivamente quegli “amici degli amici” che garantiscono quei voti necessari per continuare ad essere appollaiati sugli scranni. Il tutto in barba, anche ai rigidi parametri fissati in materia di equilibrio contabile e gestionale dall’Unione Europea, che richiede una certa sobrietà nell’utilizzo delle risorse di cui si dispone (il cosiddetto Patto di Stabilità, per intenderci).
Insomma, ancora una volta è stato tradito il mandato degli elettori che chiedono solo che la res venga gestita ed amministrata in maniera sana, oculata, efficiente e razionale. Concetti che evidentemente non albergano nelle menti e nei cuori di questi personaggi, dediti come sono a fare facile demagogia ed a non dare risposte concrete ai cittadini che pure avrebbero il diritto di essere edotti in merito all’operato di chi si ricorda di loro, solo quando c’è da elemosinare il voto. Salvo poi fregarsene altamente quando si tratta di agire, nel vero senso della parola.

In comune, questi tre guitti hanno la loro rinomata incapacità nel gestire e risolvere i problemi di altrettante città, che andrebbero certamente affrontati con maggiore concretezza e minor demagogia.
Da chi si autoproclama unilateralmente rappresentante del “nuovo che avanza” o della “parte onesta della società”, del resto, abbiamo sempre abbondantemente diffidato. Tanto Giggino “o’ sindachino”, quanto le due esponenti del M5S non ci hanno mai totalmente convinto, ed anzi sono stati oggetto delle nostre critiche. Anche stavolta, come potrete leggere ed evincere, a ragion veduta.
Ma andiamo nel dettaglio e vediamo cosa rientra nell’attenta analisi condotta dal giornale economico. Partiamo dalla sabauda e grigia Torino, nella quale da circa due anni Chiara Appendino svolge il ruolo di primo cittadino essendo stata eletta nel movimento grillino. Ovvero il contenitore utile al regime per tenere in un alveo ben controllato le pulsioni provenienti dall’estrema sinistra. Non staremo qui a ripercorrere le mirabolanti gesta con cui quello che ad un tempo era uno stimato comico, è sceso nell’agone politico con tanto di visita documentata da foto e testimonianze dirette sullo yacht massone “Britannia”, nel lontano 1992.
Fatto sta che – si legge nel quotidiano economico - il capoluogo piemontese, si ritrova con una bella voragine nei propri conti causata dall’azienda di trasporti (GTT) che non riesce a riscuotere i crediti. Circostanza che sta trascinando il Comune di Torino inesorabilmente verso il default, mentre la Magistratura ha contestato alla Sindaca ed all’assessore al bilancio anche il falso ideologico (ovvero quello che è per un’azienda privata, il falso in bilancio) sui 5 milioni di euro non restituiti alla REAM, la società che acquisì la prelazione (poi andata ad altri) su quell’area in cui dovrebbe sorgere il nuovo centro congressi della città.

Ma non è tutto. La seguace grillina sta deludendo le aspettative dei torinesi anche per il non essere stata in grado di risolvere l’annoso problema della sicurezza pubblica, dal momento che è una delle città maggiormente a rischio criminalità. Grazie anche e soprattutto all’inaccettabile lassismo nei confronti di malintenzionati e delinquenti di ogni risma e “risorse” che infestano le aree antistanti alle stazioni ferroviarie che pullulano dunque di gente poco raccomandabile. Sono altresì note anche le discutibili posizioni a favore della finanza islamica, spacciata per opportunità di integrazione per scopi, che ci appaiono alquanto nebulosi ed assai poco chiari.
Non vanno poi tanto diversamente le cose a Roma, in cui Virginia Raggi non è riuscita che ad incassare solo ¼  delle contravvenzioni e le sanzioni elevate agli automobilisti o ai titolari di bar e ristoranti che posizionano i propri tavolini al di fuori degli spazi loro consentiti. Per non parlare poi delle rette degli asili nido o il trasporto scolastico che pure dovrebbero alimentare il bilancio comunale che risulta essere in sofferenza, anche per i crediti vantati nei confronti della municipalizzata del trasporto pubblico (l’ATAC) che si trova a metà strada fra il concordato ed il fallimento. Per il resto, la mala gestione della capitale è sotto gli occhi di tutti con la storia delle nomine che è a dir poco grottesca oltre che umiliante, e che ancora deve dirci molte cose.
E per finire, eccoci a Napoli. La capitale del sud è gestita in modo a dir poco vergognoso oltre che approssimativo da Giggino “o’ sindachino” De Magistris che rappresenta meno del 20% del corpo elettorale partenopeo.

In questi anni, non abbiamo mai lesinato critiche a questo primo cittadino, letteralmente incapace di dare risposte ai napoletani e più aduso a gettare fumo negli occhi, che non ad impegnarsi realmente per migliorare la reputazione e la vivibilità di una città bellissima. Ma purtroppo piena di problemi che nessuno ha mai voluto seriamente affrontare e risolvere.
E non ci riferiamo solo a quelli atavici della camorra o della disoccupazione, ma anche alle criticità in termini di qualità servizi pubblici, in cui siamo perennemente in territorio negativo. Basti pensare allo stato comatoso ad esempio dei mezzi di trasporto che non garantiscono per niente il diritto allo spostamento che eppure è esiziale per chi lavora, studia o viaggia solo per piacere. O anche delle strade che, in alcuni quartieri della città, presentano gravi segni di dissesto.

A Napoli la situazione è peggiore se possibile di Roma e Torino, anche dal punto di vista finanziario. Ma di questo non avevamo dubbi e non sappiamo davvero se ridere o piangere, stando a quello che di seguito racconteremo.
La Corte dei Conti ha infatti calcolato che nello scorso anno, Palazzo San Giacomo è riuscita – udite udite – a recuperare solo l’1,75% delle entrate previste nei bilanci degli anni precedenti ma non ancora (?!) incassate.
La domanda a questo punto sorge spontanea: sulla base di quali elementi, il genio che ha redatto il bilancio ha previsto tali entrate? Quali sono le voci che avrebbero dovuto permettere a questo ente di poter disporre delle risorse economiche necessarie per poter poi provvedere alle spese? I vigili urbani, per fare l’esempio che maggiormente viene in mente, quanti verbali devono redigere affinché il Comune di Napoli riesca a rispettare queste fantomatiche previsioni? Insomma, siamo di fronte ad un qualcosa di veramente assurdo e paradossale, e non è davvero difficile immaginare il perché.
Le regole contabili in tema di bilanci degli enti pubblici, sono molto chiare in tal senso e ricalcano le norme che la Costituzione (ed anche l’ancor più rigido Patto di Stabilità) prevede all’articolo 81: non è possibile spendere, se prima non si hanno i soldi necessari per poterlo fare.

Molto semplice, anche per la massaia o per chi comunque deve portare il piatto a tavola a fine mese e deve trovare il modo per far quadrare i conti. Ma non certo per chi ha il compito di amministrare in nome e per conto dei cittadini, dimenticando spesso e volentieri che è proprio da questi ultimi che viene profumatamente pagato. E che dunque ha l’obbligo morale anche di essere trasparente, quando si tratta di amministrare le tasse loro estorte.
Contravvenendo a ogni elementare principio anche di semplice buonsenso, a Napoli non mai è stato così. Perché mentre di queste presunte entrate non si incamerava che una cifra irrisoria, si è continuato a spendere ed a dilapidare soldi pubblici in opere inutili che di sicuro non hanno arrecato alcun beneficio ai cittadini. I quali, nel frattempo, hanno continuato, continuano )e continueranno a farlo anche in futuro) a pagare la tassa sulla spazzatura più alta del paese e ad usufruire di servizi pubblici che - come abbiamo già avuto modo di evidenziare precedentemente - versano in massima parte in condizioni a dir poco pietose. Le responsabilità di Giggino e dell’armata Brancaleone che compone la sua squadra di governo, sono evidenti e sotto gli occhi di tutti. In un paese normale, il Comune di Napoli sarebbe già stato commissariato da tempo.

Da prassi tipicamente itagliana, però, abbiamo ormai imparato in questi anni che chi spreca non paga. Perché il serio rischio che si corre è che alla fine sarà come al solito chi lavora e produce, a dover mettere la proverbiale toppa a tutto vantaggio di chi invece dilapida e continuerà a farlo, in maniera indefessa ed indisturbata. E noi paghiamo…

Francesco Montanino

martedì 31 ottobre 2017

LA CATALOGNA SPIEGA E ANTICIPA COSA AVVERRA' NEI PROSSIMI ANNI IN EUROPA...


Dal referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto alla proclamazione dell’indipendenza da parte della Catalogna. La settimana appena trascorsa ha scritto una pagina molto importante per chi, come noi, da sempre ci stiamo battendo per cambiare totalmente assetti statali ormai vecchi e decrepiti che non hanno più ragione di essere e di esistere.
L’itaglia, così come l’unione massonica e mafiosa europea, soffre di un male che la destina alla sua totale dissoluzione: il centralismo e la presunzione di governanti arroganti e presuntuosi di poter disporre a proprio piacimento della volontà dei cittadini, ridotti ormai al rango di veri e propri servi della gleba dei tempi moderni.
Questi eventi che sono passati quasi sotto traccia, com’era del resto ampiamente prevedibile, da parte del mainstream meritano invece un’analisi molto attenta ed approfondita perché le conseguenze che possono portare negli equilibri geopolitici del vecchio continente e non solo, sono foriere di cambiamenti che possono avere, per intenderci, la stessa portata storica del caduta del Muro di Berlino di quasi 30 anni fa.
Partiamo dai referendum di Lombardia e Veneto che hanno visto, andare alle urne circa 6 milioni di cittadini ma che vanno esaminati in un’ottica del tutto diversa. Perché mentre in una regione che da tempo soffre il centralismo romano e rivendica la propria identità come quella veneta abbiamo assistito ad uno straordinario successo culminato con un quasi 60% di affluenza ai seggi che ha stracciato il quorum, non altrettanto può dirsi invece in una Lombardia dove invece non si è neppure arrivati al 40%.

Un risultato a dir poco paradossale, perché in quella che viene unanimemente riconosciuta come la locomotiva dello stivale e c’è un residuo fiscale di quasi 60 miliardi di euro (circa 8 volte quello della Catalogna che ha proclamato la propria indipendenza dalla Spagna, per rendere l’idea), la consultazione elettorale non è stata premiata da una partecipazione popolare all’altezza dell’importanza dei temi in ballo.
Non c’era in ballo solo e tanto la questione delle competenze che dovrebbero tornare alle Regioni secondo il dettato dell’art. 116 della Costituzione, ma anche e soprattutto quei soldi dei cittadini che sono trattenuti e naturalmente sprecati da Roma ladrona. Soldi che potrebbero essere utilizzati per fornire beni e servizi pubblici di qualità migliore, ridurre le tasse ad imprese e cittadini, attuare politiche per incentivare la ricerca e la formazione ed altre iniziative miranti, in ogni caso, a migliorare il benessere.
Nella Lombardia governata da Roberto Maroni, il 38% degli aventi diritto al voto (che hanno fra l’altro sperimentato la novità assoluta del voto elettronico con tanto di tablet presente nei seggi) non può considerarsi certo un risultato eccezionale, e di questo l’unico responsabile risponde al nome dell’immarcescibile e recidivo, Matteo Salvini.

Il caro fannullone padano, con la sua vergognosa ambiguità, non ha voluto prendere posizione sul referendum, timoroso com’era di rompere l’alleanza con la sua compagna (s)fascistella Giorgia Meloni, e di dare un duro colpo alla propria lega nazionalista italiota. Circostanza questa che ha disorientato e non poco quell’elettorato leghista che continua ad abboccare alle promesse da marinaio ed alla totale incoerenza di un personaggio che, fra le altre cose, ha avuto nel frattempo anche la brillante idea di togliere la parola “Nord” da un partito che era nato con un sentimento identitario ed anti-sistema.
Salvo poi essere fagocitato dallo stesso mostro statalista e centralista che, a chiacchiere, diceva di combattere ma di cui in realtà è diventato uno strumento per controllare le pulsioni di quegli ampi strati della popolazione che sono ormai stufi di essere vessati e presi in giro da un regime di pagliacci, delinquenti, buffoni, incapaci e collusi come quello itagliano.
Salvini ha tradito la volontà dei suoi stessi elettori e, per quello che ci riguarda, non può essere più considerato il leader di un movimento nato per portare la Padania alla secessione.
Fa riflettere in particolare il risultato di Milano, ad un tempo capitale morale ed oggi invece tristemente ridotta, soprattutto nelle sue periferie, al ripugnante rango di autentica latrina a cielo aperto. Ci sarebbero tutti i presupposti per affrancarsi dal centralismo romano, ma è evidente che non potrà essere – almeno in un lasso di tempo di breve periodo – così, in considerazione dell’indifferenza manifestata dalla maggior parte dei cittadini lombardi che hanno preferito disertare le urne.
Per il Veneto, invece, va fatta un’analisi ben diversa perché il referendum è stato sentito in maniera molto più marcata dalla popolazione che è andata in massa a votare. Un dato che è andato ben al di là delle previsioni degli analisti politici che pronosticavano un’affluenza che difficilmente avrebbe consentito il superamento della fatidica soglia del 50%+1 delle presenza, fissato dal quorum. Andando a fare un giro sui social, si può ben comprendere quale sia stato lo stato d’animo dei veneti, che hanno con orgoglio rivendicato l’essere stati parte di un momento di grande partecipazione ed emozione.

Ed ora toccherà al Governatore Luca Zaia, da qualcuno addirittura indicato quale futuro premier della coalizione di centrodestra, non tradire le aspettative della propria gente che chiede solo più libertà e dignità. Insieme a Maroni, dovrà avere la fermezza di rivendicare maggiore autonomia sulla base di una chiara volontà espressa da un numero comunque significativo di cittadini.
Se davvero si vorrà evitare che si sia trattata dell’ennesima boutade elettorale, che avrà quale prevedibile boomerang quello di allontanare ulteriormente dalla politica chi fa fatica ad arrivare a fine mese o magari vive sulla propria pelle la totale impunità di delinquenti di ogni risma e tipo, è opportuno avere polso e fermezza, senza farsi infinocchiare da quegli apparati di regime che non sono per nulla, disposti ad abbandonare i propri privilegi.
Anche agitando spauracchi palesemente falsi e tendenziosi, come l’addurre quale motivazione ripugnante ed infame quella dell’egoismo nei confronti del Sud, quando in realtà è chiaro – almeno agli occhi dei più attenti – che i soldi delle nostre tasse non si sa in quali tasche vadano a finire. E non sono affatto utilizzati per migliorare la vivibilità e lo sviluppo di questo sgangherato paese.
Il rischio grosso che si corre è che possa essere tutto dilapidato e ridursi ad un sondaggione elettorale posto in essere da forze che a quel punto si rivelerebbero soltanto fintamente federaliste.
Un primo simbolico passo per smentire questa fastidiosa impressione può essere intanto quello di riconoscere l’indipendenza della Catalogna, nella quale, ben altra atmosfera e clima si stanno invece respirando, e non certo da oggi. In questa terra che in maniera fiera e battagliera sta lottando per rivendicare il proprio diritto a secedere da Madrid, venerdì 27 ottobre è stata proclamata - in una seduta del proprio parlamento destinata a passare alla storia - la propria indipendenza.
Il Presidente Carles Puidgemont ha ratificato, di fatto, il risultato del referendum dello scorso 1 ottobre, in cui hanno fatto letteralmente il giro del mondo le immagini della vigliacca e vergognosa repressione posta in essere da Madrid. I carri blindati ed i soldati che manganellano donne e bambini, appartengono ad un periodo buio del secolo scorso che pensavamo essere stato definitivamente consegnato oltre che condannato dalla storia. Ed invece, così non è stato.
Unione Europea e l’ONU se ne sono lavate le mani in maniera pilatesca ed infame, non condannando e punendo a dovere una Spagna che sta violando i diritti civili e politici di un popolo che sta esprimendo in maniera pacifica e gandhiana la sua voglia di libertà e dignità. Non così per il premier di ispirazioni franchista e fascista Mariano Rajoy che considera Barcellona ed i suoi dintorni, un vero e proprio feudo secondo una logica autenticamente medievale. Anche qui, oltre alle ragioni di carattere storico, culturale e linguistico, c’è quella economica se pensiamo che la Catalogna ha un residuo fiscale di circa 8 miliardi di euro che fanno naturalmente gola agli avidi parassiti dello stato centralista iberico, fra i quali campeggia il reuccio da operetta Filippo VI di Borbone.
Il sovrano spagnolo, con una protervia senza pari, non ha avuto alcun riguardo nei confronti dei catalani che dopo essere stati picchiati a sangue dagli scherani in divisa, giunti in massa a Barcellona – udite udite – per impedire allo stesso popolo da cui sono profumatamente pagati, di esprimere un proprio sacrosanto diritto, si sono pure dovuti sorbire la beffa di essere bollati come sleali da questo ominicchio senza ritegno!
La conferma di quanto quella casata – che qualche buontempone vorrebbe far tornare alle nostre latitudini, in nome di una nostalgia che fa rima con vittimismo e piagnonismo - sia stata e continui tuttora ad essere meschina, oltre che palesemente  ridicola e anacronistica. I reali sono anch’essi foraggiati dalle tasse che pagano i catalani, ma questo non conta davvero nulla per chi pensa di poter comandare quasi si trattasse di un diritto divino, e dunque di un atto dovuto.

Il Presidente della Generalitat catalana (che nel frattempo ha chiesto asilo politico al Belgio) ha provato, invano, nelle scorse settimane sia di allacciare un negoziato con Madrid che ricevere l’appoggio di un’Unione Europea che ha addirittura preso le distanze dalle legittime richieste provenienti dal popolo catalano.
Ne abbiamo lette e viste davvero di tutti i colori, nei giornali e nelle televisioni di un regime che ha fatto naturalmente passare l’idea di un’operazione illegale. C’è chi ha invocato, in maniera ridicola oltre che risibile, la longa manus di quella puzzolente carogna di Soros dietro la voglia della Catalogna di affrancarsi dalla Spagna, quando in realtà i suoi sodali si sono già detti totalmente contrari all’idea della sua indipendenza appoggiati da pennivendoli e lacchè travestiti da intellettuali.
Così come il Ministro degli esteri del governo abusivo Gentiloni, al secolo Angelino Alfano, dichiarare che è “inaccettabile” quando in realtà dovrebbe chiedersi a quale titolo ed in forza di cosa riveste quel ruolo visto e considerato che nessuno l’ha mai eletto!!!! O addirittura una presa di posizione da parte degli americani, quando in realtà Donald Trump non si è mai espresso a tal proposito, in un senso o in un altro.

Stendiamo poi un velo pietoso sia sulle dichiarazioni patetiche di Salvini che sulle iniziative demagogiche di Giggino De Magistris che aveva fatto issare la bandiera catalana, salvo poi essere costretto repentinamente ad ammainarla da Palazzo San Giacomo a Napoli, su pressione dei soliti falliti neobarbonici.
Quel che è certo è che la volontà di Madrid di arrestare e destituire chi rappresenta le aspettative di un popolo, in applicazione di una norma liberticida e schifosa come quella contenuta nell’articolo 155 di una costituzione capestro, non fa altro che gettare ulteriore benzina su un fuoco che cova sotto la cenere. E che potrebbe divampare in un autentico incendio, da un momento all’altro. Perché dopo i catalani, la nostra impressione è che altri popoli potrebbero ben presto accodarsi e seguire l’esempio: corsi, baschi, scozzesi ed anche se per ora un po’ più distanti i veneti. Con la speranza che anche il Sud e la Sicilia possano finalmente destarsi dal torpore e dalla subalternità nei quali sono caduti, da ormai oltre 150 anni a questa parte. Anche se siamo totalmente consapevoli che, dalle nostre parti, occorrerà molto ma molto più tempo.

Se Puidgemont troverà il riconoscimento internazionale di almeno 5 paesi, ecco che gli scenari che si prospettano potrebbero assestare il colpo mortale a tutti gli assetti statalisti e centralisti, sia nazionali che europei. Il maggiore indiziato nel sostenere – anche indirettamente - un’iniziativa di appoggio all’indipendenza catalana, sotto questo aspetto, potrebbe essere il presidente russo Vladimir Putin che a quel punto sarà davvero il leader del mondo libero, ribelle di fronte all’oppressione di un manipolo di paranoici e bastardi che credono di poter fare quel che vogliono dei destini di milioni e milioni di persone!

Francesco Montanino

sabato 14 ottobre 2017

IL VERO SIGNIFICATO DEL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA DEL 22 OTTOBRE


Milano - Il mese di ottobre, nella storia, ha sempre fatto rima, almeno da un secolo a questa parte, con profondi cambiamenti. Quello di quest’anno, poi, rischia di riscrivere la nostra storia ed il futuro che ci attende fra il referendum sull’indipendenza della Catalogna salito alla ribalta dell’opinione pubblica mondiale, dopo la barbarie perpetrata dalla Spagna. E quello che proprio alla luce di quanto sta accadendo a Barcellona in queste settimane, si terrà il 22 ottobre in Lombardia e Veneto ed assume un valore assai più che simbolico.
Di questo si è parlato nel corso di un interessante incontro organizzato dal “Tea Party” nel capoluogo lombardo, e che ha visto la partecipazione del prof. Marco Bassani e di Giancarlo Pagliarini.
La principale preoccupazione, emersa durante la serata, riguarda l’affluenza alle urne che rischia di essere davvero bassa, e che potrebbe dunque svilire il significato di quello che appare agli occhi dei più attenti, quale occasione unica ed irripetibile evidenziare la voglia di affrancamento delle regioni che producono la maggior parte del PIL nazionale dalla voracità di Roma ladrona.

“Stiamo constatando una forma di comunicazione – ha rilevato Stefano Magni del Tea Party Lombardia - assai fredda ed informale, ed il risultato è che tutti sanno che il 22 ottobre si andrà a votare. Ma nessuno in realtà sa per che cosa si vota. La verità è che siamo in un periodo storico assai particolare, così come ci sta dimostrando la Catalogna. Chi è contro il referendum in Lombardia, agita lo spauracchio dei catalani, non mancando di tirare in ballo quale puerile motivazione che si tratta di popoli pericolosi e sconsiderati, come quelli che hanno votato per la Brexit o per Trump. Ed etichettando, questa consultazione popolare, come il primo passo di un’opera di sovversione istituzionale. Dall’altra parte, invece, i leader nazionali della Lega Nord ed in primis Matteo Salvini, si affannano a specificare che questo è un referendum legale che nulla ha a che vedere con quello catalano, con cui si intende ottenere maggiore autonomia, nell’ambito della carta costituzionale. Nessuno dei due, però, nel concreto spiega di cosa si sta parlando. E lo abbiamo visto anche sulla carta stampata, con due editoriali di segno opposto. Uno abbastanza duro di Giorgia Meloni che ha bollato quale antipatriottico questo referendum; dall’altro lato, ha risposto il giorno dopo per le rime Vittorio Feltri che invece ha invitato i contrari di smetterla di piangere e di andare a lavorare, iniziando magari a prodursi da soli i soldi con il lavoro”.
La serata è poi entrata nel vivo, con gli interventi di Marco Bassani e Giancarlo Pagliarini che hanno sviscerato con le consuete lucidità e chiarezza che li contraddistingue tutte le tematiche più importanti, legate a questa consultazione referendaria che – ricordiamo – può avere degli interessanti risvolti anche in un Sud che dovrebbe iniziare a rimboccarsi seriamente le maniche, se vorrà davvero riservarsi un futuro dignitoso.

“Lo stesso giornale citato in precedenza, (“Il Tempo”, nda) in questi giorni, – ha esordito Bassani - non sta lesinando nel pubblicare una serie di articoli giornalistici profondamente anti-lombardi ed anti-veneti, con una virulenza nei toni che non ho visto neppure nel 1996, nei giorni per intenderci della marcia del Po. Roba che già di per sé, dovrebbe spingere anche i più scettici a recarsi alle urne. Ma c’è di più. In particolare, c’è n’è uno in cui – pensate un po’ – ci hanno etichettato addirittura come “più terroni dei terroni”, ed è stracolmo di falsità dall’inizio alla fine. Basandosi sull’assurda tesi dell’evasione fiscale che, purtroppo, in Lombardia è fra le più basse d’Europa (fra l’11 ed il 12%) e questo permette di reggere ancora in piedi l’Italia. Qualunque ricchezza che viene prodotta qui, dall’anno 1.000, non sfugge alle grinfie del Fisco da svariate generazioni. In Calabria, siamo al 39% ma se fosse più bassa a me farebbe piacere perché ci troveremmo con un residuo fiscale che qui salirebbe addirittura a 100 miliardi di euro. Stiamo pagando il socialismo degli altri, con una spessa pubblica fra le più basse a livello europeo ma con un livello di tassazione inaccettabile. I soldi dei lombardi stanno finendo, e se appoggio questo referendum lo faccio con un certo scetticismo. Questo perché non si tratta più di giochetti fra la linea fascio-itagliana di Salvini e l’area di Maroni, ma molto più semplicemente di un qualcosa che assume un significato diverso. Se dovessero recarsi alle urne un alto numero di cittadini, con una valanga di sì, si porrebbe il problema della schiavitù fiscale dei lombardi che, stando a quello che dice l’articolo 3 della costituzione, dovrebbero essere uguali agli altri. Ma così affatto non è per il Fisco, visto che siamo sottoposti ad una rapina fiscale che finisce a settembre per finanziare sovvenzioni che fra l’altro non vanno manco a finire al Sud. Essere schiavi fiscali significa che per generare 1 euro di spesa pubblica, equivalente a 40 centesimi reali, dobbiamo spendere 2,45 euro di tasse contro gli 0,27 pagati invece dal cittadino calabrese.

Ovvero 10 volte tanto, ma con la differenza che il cittadino calabrese riceve lo stesso risultato del lombardo ma spendendo molto meno. Si tratta di una sperequazione che non ha eguali nella storia dell’umanità, ed uno dei più grandi misteri è quello di capire dove vanno a finire i circa 60 miliardi di euro di residuo fiscale. Insomma, si tratta di uno scherzo che non solo ci costa ogni anno un occhio della testa ma, aggiungendo oltre al danno anche la beffa, qualcuno si prende la briga pure di etichettarci “più terroni dei terroni”. A qualcuno potrebbero pure girare, ma qui c’è un punto fondamentale. È un processo storico perché non abbiamo ancora capito che essere schiavi fiscali significa essere schiavi storici. La schiavitù in Europa è nata proprio così e la spremitura fiscale, con un PIL che continuerà a diminuire, ci porterà a svendere i nostri corpi nel senso che lavoreremo per lo stato avendo in cambio appena lo stretto necessario per sopravvivere. Il rapporto fra fisco, tasse e schiavitù non è stato ancora ben compreso, quando si tratta di qualcosa di assai importante. Non so se dietro c’è una lotta interna o di partito, ma sta di fatto che se come temo il prossimo 22 ottobre ci sarà una scarsa partecipazione alle urne, significa allora che gli altri continueranno a spendere i nostri soldi. Tutta la ricchezza da noi posseduta, servirà solo a compensare il debito contratto dallo stato. Per quanto riguarda il Sud, voglio dire che i meridionali non sono secondi a nessuno come storia, tradizioni e cultura ma hanno il problema che fanno parte dello stato italiano che perpetua a trattarli come bisognosi di attenzioni. Il Mezzogiorno dovrebbe iniziare a chiedersi non perché la Lombardia ed il Veneto spingono per l’autonomia, quanto piuttosto maggiore autonomia per sé stesso. Anche se mi rendo conto che non è affatto facile perché a giusta ragione i suoi cittadini ripongono scarsa fiducia nella classe politica che li esprime”.
Ancora più semplice la descrizione fatta da Giancarlo Pagliarini che, citando l’esempio del bicchiere di birra a Milano ad un cittadino polacco, pagata dalla Lombardia e non più da Roma ha provato a rendere meglio l’idea sul tema delle eventuali, maggiori competenze che spetterebbero alla regione più produttiva dello stivale. Provando anche a sanare un innegabile deficit comunicativo, visto che l’informazione sul contenuto ed il significato di questo referendum continua purtroppo a latitare.

“Con chiunque ne ho parlato in questi giorni – ha affermato senza misure, l’ex ministro del Bilancio ai tempi del primo governo Berlusconi – appena 3 su 100 sanno di cosa si tratta. In realtà, questo è un quesito di una banalità incredibile, ma non l’hanno spiegato perché la gente ancora non capisce cos’è. Non c’entra nulla il discorso dell’autonomia, magari fosse così. Si tratta di un qualcosa a somma zero perché con questo referendum, giusto per essere più chiari, la Lombardia riceve un compito che prima spettava a Roma, pagando di tasca propria. Con la sola differenza che potrà trattenersi ciò che resta, perché da 100 di tasse in meno a Roma. E magari, poiché le avanzano più soldi, può ridurre le tasse o mettere su strada qualche autobus in più. Ed invece, stiamo sentendo delle cose assurde perché gli altri 97 pensano che togliamo i soldi alla Calabria o addirittura iniziamo la secessione. Il testo, a dire il vero abbastanza comprensibile, che è stato usato, alla fine è quello del M5S, e si attiene in sostanza all’articolo 116 della Costituzione che parla delle competenze che spettano alle Regioni. Qualcuno potrà dire che poteva essere aperto un tavolo quando, in realtà nelle precedenti 5 volte, Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno sì provato a farlo, ma gli è sempre stato detto no. Chi obietta che è possibile aprire un tavolo, è in palese malafede. Solo una partecipazione massiccia e plebiscitaria può cambiare la situazione perché se non dovessimo riuscire neppure a raggiungere il 50% degli aventi diritti al voto, è tutto inutile. Se nessuno si prende la briga di informare i cittadini, prepariamoci ad una vera tragedia perché i burocrati di stanza a Roma potranno tranquillamente obiettare che alla gente non gliene frega niente. Se questo referendum è utile ai cittadini lombardi, ai politici non interessa perché lottano solo per il potere, contrariamente a ciò che accade in Svizzera dove invece la prima preoccupazione è quella di curare gli interessi degli elettori. La tendenza – ha quindi concluso – è che gli stati nazionali sono destinati inevitabilmente ed irreversibilmente a disgregarsi”.

Naturalmente, non poteva mancare anche una riflessione sulle vicende della Catalogna il cui futuro, in queste ore, appare quanto mai incerto ed imprevedibile, anche alla luce del discorso del proprio presidente Carles Puidgemont alla Generalitat.
Secondo il professor Bassani “il referendum catalano potrebbe aprire una clamorosa falla all’interno della diga spagnola, che rischia di crollare del tutto sotto i colpi della Galizia, della Navarra, dei Paesi Baschi e dell’Extremadura che a quel punto si troverebbero nella condizione di chiedere anch’essi la secessione. Questo fenomeno però non sarebbe confinato alla sola Spagna, ma andrebbe a toccare altre regioni come la Corsica che già si sta muovendo nel senso di rifiutare l’ingerenza francese. Mentre la Scozia sta solo discutendo quando si terrà il prossimo referendum, tenendo presente che l’ultimo è fallito a causa delle vecchie generazioni, e dunque diventerà sicuramente indipendente perché i giovani spingono in tal senso. Ciò che mi ha maggiormente colpito, tornando a quanto sta accadendo in Catalogna, è stata la totale mancanza di violenza manifestata dalla popolazione che si è recata alle urne alzando le mani e senza alcuna arma in mano. Siamo alla vigilia di un processo che porterà molto presto alla disgregazione totale dei vecchi stati nazionali e centralisti, che niente e nessuno potrà fermare. Si inizierà come accennavo alla Catalogna, semplicemente perché i cittadini di quella terra non ritengono più conveniente far parte della Spagna. Non la vogliono lasciare andare in nessun modo, un po’ come accadde nel lontano 1991, con l’ex URSS. Vi ricordate cosa accadde? La teoria geopolitica diceva che i paesi baltici non potevano essere abbandonati perché sarebbero stati gli ultimi ad essere lasciati, ed invece sono stati i primi a farlo. Da lì in poi, si è verificato un effetto domino perché dal primo all’ultimo, tutti quelli che non erano russi se ne sono andati. La stessa cosa accadrà con la Catalogna, perché è l’ultimo baluardo di quell’impero multiculturale che è la Spagna. Una volta saltato il tappo catalano, scompare la Spagna perché poi seguiranno a ruota i Paesi Baschi, la Galizia e la Navarra. Basti pensare che in Europa, la più grande esplosione di violenza della storia si è verificata quando sono nati 19 stati nazionali, e non nel momento in cui erano presenti i micro-stati. Solo con tante piccole patrie, potremo assistere ad un vero futuro di pace e ad un’Europa sicuramente più ricca e prospera. Per quello che riguarda l’Italia ancora si continua a non capire che è essa stessa IL problema, e non piuttosto che non ha problemi”.

Sugli incredibili errori strategici commessi dalla Spagna sulla gestione dei rapporti con la Catalogna, si è invece incentrata l’analisi di Pagliarini che ha notato come “quelli che appena 10 anni fa, erano una minoranza e nulla più come gli indipendentisti, con il trascorrere del tempo abbiano acquistato sempre più forza e consenso, grazie alle sciagurate decisioni di Madrid. Zapatero nel 2006 aveva trovato il modo di accontentare i catalani che mai e poi mai, all’epoca, avrebbero deciso di staccarsi dalla Spagna. Ed invece, dal suo avvento, Rajoy ha iniziato a commettere errori madornali, comportandosi in maniera arrogante con chi invece contribuisce al PIL iberico in maniera assai consistente. La stessa gestione della situazione che si è venuta a creare nelle ultime settimane, non fa altro che confermare non solo quanto siano stati stupidi ed ottusi ma anche di come certi retaggi fascisti e franchisti, gli spagnoli continuino ad averli nel proprio DNA. Il risultato è che la percentuale di indipendentisti è cresciuta a dismisura, ed oggi rappresenta il primo partito della Catalogna. Anche la stessa comunità internazionale non è che ci sta facendo una bella figura, visto che si è mostrata essere dalla parte del presidente Rajoy, senza voler comprendere le ragioni di questo popolo”.


Francesco Montanino





























domenica 1 ottobre 2017

STATI CENTRALISTI LONTANI E NEMICI: LA PATRIA NON SI IMPONE, SI AMA.




Il senso di appartenenza ad una nazione può ancora essere imposto? E’ la domanda che ci siamo posti in questi giorni, osservando da spettatori interessati sia quanto sta accadendo in Catalogna, sia lo scandalo legato alla ricostruzione dopo gli spaventosi terremoti che da circa un anno hanno letteralmente messo in ginocchio l’area dell’appennino che circonda Marche, Umbria, Lazio ed Abruzzo.
Qualcuno potrà far notare che si tratta di eventi che fanno capo a due realtà (non solo naturalmente geografiche) completamente differenti. Vero, ma come potrete leggere, non è proprio così. Perché l’insegnamento che traiamo tanto dal referendum per l’indipendenza dei catalani dalla Spagna, quanto dalle vicende assurde e sconcertanti come quelle che per esempio hanno visto protagonista un’anziana signora di 95 anni in una delle aree maggiormente coinvolte dai movimenti tellurici, se proprio hanno in comune una cosa è proprio la totale lontananza e strafottenza degli stati centralisti (Spagna e Itaglia, nella fattispecie) rispetto alle esigenze concrete e reali dei cittadini.
Iniziamo la nostra disamina, partendo dalla situazione della Catalogna. Ormai è sotto gli occhi di tutti che Barcellona ed i propri dintorni, vivono con grande sofferenza l’essere legati al centralismo ed allo statalismo di Madrid. In questo caso, però, oltre ad una ragione di carattere meramente linguistico e culturale, ce ne sono diverse di carattere economico legata alla questione del residuo fiscale (parliamo di circa 8 miliardi di euro, l’ottava parte per intenderci di ciò che rivendica la Lombardia da Roma), alla presenza di multinazionali e ad un PIL pro capite di 27.663 euro che supera addirittura quello della Spagna (24.100). Completano il quadro, la disoccupazione che in Catalogna per ragioni facilmente comprensibili è di ben quattro punti percentuali inferiori rispetto a quella spagnola (13,2% contro 17,2%). 
Merito dell’autonomia di cui gode la Generalitat, a partire dal 1978 e che frutterebbe ancora di più se Barcellona diventasse indipendente, liberandosi dalla tenaglia centralista e statalista di Madrid. Che sta vergognosamente ricorrendo alla forza, con metodi tipicamente franchisti oltre che squadristi, inviando la Guardia Civil per impedire lo svolgimento di un diritto naturale che appartiene a qualsiasi essere umano, nell’esatto momento in cui fa parte di una comunità. Ovvero il diritto di poter decidere cosa è meglio o cosa è peggio, nella massima e piena libertà. Il referendum sull’indipendenza della Catalogna è stato accompagnato dal totale mutismo non solo dei media di regime, ma anche di queste pseudo istituzioni internazionali (sull’ONU, faremo un discorso a parte). Oltre che di quei partiti e movimenti che si dichiarano democratici ed amanti dell’autonomia a parole, ma non certo nei fatti.
I metodi da autentico satrapo e dittatore del premier spagnolo Mariano Rajoy sono espressione del più becero centralismo e di richiami a pagine buie della storia come il periodo franchista. Qui non si discute sull’ideologizzazione in un certo senso dello scontro fra Madrid (mossa dalla destra nazionalista e fascista) e Barcellona (spinte indipendentiste provenienti dalla sinistra), quanto piuttosto consentire al popolo di decidere. Sì o no, per noi conta fino ad un certo punto perché stabilire se conviene restare legati alla Spagna o affrancarsi è una decisione che spetta solo ai catalani. Per come la vediamo noi, è ovvio che siamo propensi per una Catalogna libera ed indipendente. Ma l’ultima parola spetta solo ed esclusivamente a chi è nato e/o vive in quella terra, ed a nessun altro. 
Se proprio voleva, Madrid avrebbe piuttosto dovuto spiegare in maniera razionale e concreta perché alla Catalogna non conviene staccarsi. Potevano essere addotte motivazioni di carattere tecnico e questo avrebbe fatto fare una figura ancora più nobile ad una Spagna che si sarebbe così scrollata di dosso, l’ingombrante fantasma di Francisco Franco, che evidentemente aleggia ancora nell’animo e nel cuore di quegli stessi governanti che non hanno certo esitato nell’adottare misure economicamente repressive in questi anni contro i loro stessi cittadini. Se già hanno dimostrato, tanto il PPE (Partito Popolare d’Espana) quanto i socialisti di essere lontani anni luce dalle condizioni economiche degli spagnoli, poteva mai essere altrettanto con la Catalogna? Evidentemente no, ed ecco che le motivazioni di carattere egoistico di Madrid che vuole campare alle spalle di Barcellona hanno prevalso. L’altro errore strategico compiuto dalla capitale spagnola, è stato quello di compattare le fila degli indipendentisti che potranno contare anche sull’apporto di chi magari prima era indeciso. E che invece, di fronte, a tali atteggiamenti di arroganza e presunzione magari avranno fugato i dubbi che pure li animavano.
Inoltre, c’è un altro aspetto da evidenziare. La Spagna sta agendo in barba anche a quelle stesse convenzioni dell’ONU che – ricordiamo – anche la Spagna alla fine della seconda guerra mondiale ha firmato. E che dovrebbe ben conoscere, quando tiriamo in ballo il diritto all’autodeterminazione dei popoli attraverso cui una comunità può decidere come e con chi stare (http://www.appuntigiurisprudenza.it/diritto-internazionale/principio-di-autodeterminazione-esterno.html). 
L’Organizzazione delle Nazioni Unite, in questa vicenda, hanno brillato per la loro assenza ed un imbarazzo che è apparso evidente a tutti. In passato, vogliamo solo ricordare come il Consiglio di Sicurezza si sia riunito con una certa celerità, quando si è trattato di muovere la guerra all’Iraq o all’ex Jugoslavia.
Qui siamo di fronte ad una norma cristallizzata nel diritto positivo di ciascun ordinamento giuridico nazionale, che va applicata e rispettata al di sopra anche delle Costituzioni di ogni singolo paese. E dunque anche nella Spagna, che piuttosto andrebbe sanzionata con sanzioni ed embargo (se non addirittura con l’uso della forza, se la situazione dovesse ulteriormente degenerare) proprio perché ha violato la norma sull’autodeterminazione dei popoli ricorrendo all’uso della forza, pur di non consentire l’esercizio del diritto di voto dei catalani.
Non c’è bisogno, dunque, di chiamarsi Saddam Hussein o Slobodan Milosevic affinché la comunità internazionale si muova in maniera compatta per far rispettare le regole. Anche ad un Mariano Rajoy qualsiasi, il cui modo di fare richiama alla mente per certi versi ciò che fece Benito Mussolini contro la Società delle Nazioni nel 1936, quando andò ad invadere l’Etiopia decretando di fatto l’uscita dell’Italia da tale consesso. Fatte le dovute proporzioni, Rajoy sta assumendo i tratti del duce del fascismo, mentre l’ONU politicamente ha subìto un colpo micidiale e mortifero allo stesso modo della Società delle Nazioni, di cui è figlia. Il non aver voluto prendere una posizione netta e decisa a favore della popolazione catalana, ci fa affermare con vigore e cognizione che siamo di fronte al fallimento delle Nazioni Unite.
Ed a casa nostra? Quel che resta della Lega Nord ha assunto una posizione assai blanda. Il segretario federale Salvini, naturalmente non ha profferito una sola parola in queste settimane a favore dell’indipendenza della Catalogna, che non si sente Spagna.
Non avevamo certo ragione di dubitarne, dal momento che stanno tenendo banco i contrasti con la leader di Fratelli d’Itaglia, Giorgia Meloni che si è dichiarata contraria (da perfetta sfascistella italiota qual è) ai referendum sull’autonomia in Lombardia ed in Veneto. Il segretario federale della lega naziunalista itagliana non ha ancora capito cosa vuole fare da grande, ma intanto l’appuntamento elettorale del 22 ottobre si sta avvicinando. Ed assumerà senz’altro un altro valore, alla luce di quello che sta accadendo a Barcellona. Perché se i catalani riusciranno a votare ed a dire sì, potrebbe aprirsi una breccia nella quale potranno infilarsi a giusta ragione altre regioni ricche dell’Europa che sono stufe tanto del centralismo degli stati nazionali sotto cui sono legate, quanto anche di una Unione Europea che, anche nella vicenda catalana, si è confermata essere mossa da istinti statalisti e che niente a che vedere hanno con la vera democrazia. Anche il Sud e la Sicilia, dovrebbero seriamente considerare l’ipotesi di affrancarsi finalmente dalla tenaglia di Roma ladrona. Anche se, allo stato attuale, è difficile preconizzare un epilogo del genere, stante la mentalità assistenzialista che ancora contraddistingue il modus vivendi nei nostri territori.
Fatte queste doverose premesse, che senso ha continuare a sbandierare l’appartenenza a stati ed istituzioni lontani anni luce dai cittadini e dai loro problemi quotidiani? È quello che si saranno senz’altro chiesti in queste ore, fra le lacrime, Peppina Fattori da Fiastra in provincia di Macerata. Ed i suoi parenti, involontari protagonisti di una vicenda mediatica che ha letteralmente disgustato e sdegnato tutti.
Colpa di una burocrazia idiota, che non ha tenuto conto delle particolari circostanze vissute da questa anziana signora di 95 anni che ha visto la propria casa distrutta dai violenti terremoti che hanno colpito l’appennino centrale ad Agosto ed Ottobre dello scorso anno. Per poter sopravvivere, gli era stato permesso di costruire una casetta in legno con cui quella che per tutti è diventata nonna Peppina poteva muoversi liberamente, anche in considerazioni delle sue condizioni di salute che non le permettono grossi sforzi. E restando nella terra in cui è nata e vissuta. Avrebbe potuto essere uno degli ultimi desideri della sua vita, ma così evidentemente non doveva essere. Perché pur producendo tutta la documentazione necessaria per poter edificare, mancava l’autorizzazione di carattere paesaggistico. Cosa che la costringerà a vivere nella casa dei figli. Il solito cavillo burocratico attraverso cui far “valere” la legalità solo ed esclusivamente nei confronti di chi è debole e non può certo difendersi. Ci sarebbe infatti da chiedersi perché la stessa rigidità non viene applicata per le baraccopoli dei ROM e delle occupazioni abusive degli edifici nei quartieri popolari soprattutto delle grandi città.
Perché questa è solo una delle tante schifezze che stanno accompagnando la ricostruzione dopo il terremoto secondo un cliché che, per certi versi, richiama alla mente quel che già abbiamo visto con lo scandalo Irpinia. Stavolta, oltre ad interi paesi in cui campeggiano le macerie quali simboli della sciatteria e delle promesse non mantenute da Renzi prima e Gentiloni poi, ci sono in ballo i milioni di euro raccolti sotto forma di SMS solidali che non sono mai arrivati a destinazione e che anzi non si sa che fine hanno fatto. O forse sì, visto che dovrebbero essere rinchiusi nel caveau di chissà quale banca. Insomma, siamo alle solite. Gli “amici degli amici” si arricchiscono, lucrando succulenti business ottenuti sulla scia emotiva della disperazione e la bontà, mentre c’è chi invece deve abbandonare la propria casa per un intoppo burocratico. O addirittura si trova ancora senza un tetto sotto cui ripararsi e senza un lavoro.
Che stato è quello che impedisce in maniera arrogante, presuntuosa, dispotica e vigliacca ai cittadini di andare ad esercitare un diritto democratico com’è il voto? Che stato è quello che si preoccupa dei clandestini e dei delinquenti e che con infinita spietatezza si permette di sfrattare un’anziana donna di 95 anni? Qualcuna delle anime belle dello statalismo e che in questi giorni ci sta ammorbando con la retorica nazionalista, si prenda la briga di rispondere. Sempre che ne sia capace, naturalmente...

Francesco Montanino

 
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