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domenica 31 agosto 2014

BASCHI E CATALANI MODELLI DI INDIPENDENZA VINCENTI NELLO SPORT E NON SOLO


La recente e cocente eliminazione del Napoli dal preliminare della Champions League, ad opera dell’Athletic Bilbao, ha riproposto il discorso sul valore del senso di identità e di appartenenza nelle discipline sportive, e non solo.

La vittoria della squadra basca non solo ha confermato l’attuale e netta superiorità calcistica delle compagini che disputano il campionato spagnolo, rispetto alle nostre. Ma anche evidenziato come l’attaccamento al proprio territorio ed una capacità gestionale oculata e lungimirante possano camminare a braccetto. Ed anche spesso e volentieri vincere, senza dover per forza spendere e spandere in maniera scriteriata.

Il nostro ideale viaggio partirà da realtà come i Paesi Baschi e la Catalogna, cui guardiamo con affetto e grande ammirazione anche e soprattutto per ragioni politiche, per poi concludersi a Napoli con una piccola tappa nel profondo Nord. Evidenzieremo come in presenza di un ideale humus, sia possibile coniugare risultati sportivi con una saggia amministrazione, quando anche il territorio riesce a fare bene la propria parte. Così come, al contrario, cosa accade quando viceversa tali condizioni non esistono.

Va però fatta una necessaria premessa politica, prima di poterci addentrare in aspetti – se vogliamo – meno impegnativi, come possono essere quelli calcistici e sportivi, in generale.

La Spagna, intesa come entità geografica, comprende fra le altre due regioni – i Paesi Baschi e la Catalogna – da sempre storicamente ostili al centralismo di Madrid. Una situazione che sotto certi aspetti è similare a quella esistente nella nostra amata terra, in cui il senso di appartenenza assurge a livelli altissimi. Nella zona ai confini con la Francia, che si trova nella catena montuosa dei Pirenei la lotta per l’indipendenza, fino ad un passato neanche troppo lontano, ha trovato nell’organizzazione armata di estrema sinistra ETA (acronimo di Euskadi Ta Askatasuna), il punto di riferimento più significativo. Non erano affatto infrequenti, gli attentati miranti a colpire il regime statalista spagnolo, anche se dal 2011 la lotta per la libertà viene condotta con metodi pacifici. Oggi è Batasuna, il suo principale braccio politico.

Spostandoci più a sud, arriviamo in Catalogna, una delle regioni più ricche dove fra pochissime settimane si svolgerà un referendum molto temuto dalle cancellerie eurocratiche, per la portata straordinaria che innegabilmente potrebbe avere, sull’indipendenza di quest’area.

Madrid si è affrettata già ad affermare che questa democratica consultazione popolare non si terrà evidenziando, ancora una volta, la sua natura dittatoriale e centralista che tende ad impedire alle popolazioni di quella regione di esprimere liberamente la propria volontà.

Fatte queste necessarie e dovute premesse, capiamo perché Athletic Bilbao e Barcellona, rappresentino rispettivamente l’orgoglio basco e catalano. Entrambi sono portatori di altrettanti modelli che, se opportunamente sintetizzati, potrebbero rappresentare una formidabile arma da utilizzare per restituire dignità e sviluppo negati alla nostra terra, da 150 e passa anni di regime mafioso e centralista.

Partendo dal modello basco, la squadra calcistica che meglio di qualunque altra ne è la principale espressione è l’Athletic Bilbao, in cui la caratteristica che maggiormente spicca sotto gli occhi di tutti, è che i giocatori devono essere tutti rigorosamente baschi (o di origine basca). Sin dalle giovanili, crescono con l’obiettivo di fare gol e vincere contro quel Real Madrid, da sempre identificato come il simbolo e l’espressione dell’arroganza di Madrid e del suo retaggio franchista e nazionalista. Una squadra fatta totalmente in casa, solida dal punto di vista finanziario, e che ha anche lo stadio di proprietà – il nuovo “San Mames”, denominato anche “La Cattedrale” – che è un gioiello, in grado di accogliere oltre 50.000 spettatori che non smettono mai di incitare la propria squadra. Squadra che poi da tutto in campo e che mette spesso e volentieri in difficoltà i propri avversari ,che difficilmente riescono a spuntarla. Un valore assoluto, riconosciuto anche da quel Barcellona che rappresenta – sotto altri aspetti – l’altro modello cui fare riferimento.

Perché se a Bilbao e nei Paesi Baschi, ciò che dobbiamo esportare è la capacità dei giocatori di essere parte integrante della propria terra e lottare con il classico “coltello fra i denti” fra le mura amiche che assumono quasi la veste di una fortezza inespugnabile, a Barcellona è l’organizzazione societaria a destare la nostra ammirazione.

L’azionariato e la polisportiva, nella città più importante della Catalogna, rappresentano i principali punti di forza di un assetto societario composto dai tifosi che sono anche soci della loro squadra del cuore. Cosa che permette, non solo di disporre di una squadra da sempre dotata di formidabili talenti (oggi Messi, ieri quel Diego Armando Maradona che è rimasto nel cuore dei napoletani per la sua straordinaria ed ineguagliabile classe in mezzo al campo) ma anche di lottare sempre e comunque ai vertici di sport come il calcio ed il basket.

Un modello che è diventato di esempio anche sul campo, quando dalla ormai celeberrima “cantèra”, sono stati sfornati quei campioni indiscussi come lo stesso Messi (pur essendo argentino, si è trasferito in Catalogna da bambino), ma anche Xavi ed Iniesta  e tanti altri, che messi in campo magnificamente da Josep Guardiola hanno espresso un gioco meraviglioso che ha attratto l’ammirazione di tutti e che ha reso il Barcellona un’autentica corazzata. Il “Camp Nou” poi è uno dei tempi del calcio, ed è una struttura semplicemente meravigliosa capace di ospitare eventi prestigiosi. All’esterno dello stadio, è presente un Museo in cui sono custoditi come cimeli le maglie indossate da campioni del presente e del passato e narrata la storia di quello che da queste parti è considerato “que mas en club”.

Praticamente imbattibile per alcuni anni, i catalani hanno fatto incetta di trofei dimostrando come una perfetta organizzazione societaria, unita ad uno stile di gioco ed una mentalità vincenti, possano rappresentare il modello migliore. Anche da queste parti, è sentita in maniera molto forte la rivalità con il Real Madrid e c’è da giurarci che gli animi in campo al prossimo “clasico” con la “Casa Blanca” (altro nome con cui viene chiamato il Real, a causa della sua divisa completamente bianca), possa assumere connotati che vanno al di là degli aspetti meramente calcistici, considerando il referendum che si terrà il prossimo 9 novembre. Ovvero ad un quarto di secolo di distanza dalla caduta del muro di Berlino, in quello che simbolicamente potrebbe segnare l’inizio della fine dei regimi centralisti e statalisti che stanno distruggendo e togliendo dignità e libertà ai popoli europei.

Ed arriviamo, parlando di modelli calcistici legati al territorio, alle dolenti note. Ovvero a quella SSC Napoli che rappresenta non solo la principale città del Sud, ma anche e soprattutto un mezzo che molti identificano con un riscatto ed un affrancamento da una condizione di subalternità che – come vedremo – non può passare solo ed esclusivamente attraverso il calcio.

Il Napoli è vissuto come una vera e propria fede, sotto il cui tetto batte sempre forte il cuore di ben 6 milioni di tifosi sparsi in tutto il mondo. Il senso di attaccamento ai colori azzurri è vissuto in maniera viscerale dai propri tifosi (compreso il sottoscritto), e ricorda sotto molti aspetti quello dei supporter baschi che sostengono l’Athletic Bilbao.

A fare però la differenza rispetto alla squadra basca, è la quasi totale assenza di giocatori napoletani e meridionali nell’organico. Una scelta che fa sembrare l’atteggiamento di certi atleti di ieri e di oggi che indossano (o hanno indossato) la maglia azzurra, quasi svogliato e poco rispettoso della voglia di vedere messe sotto squadre come la Juventus, il Milan, l’Inter ed anche le due della capitale (Roma e Lazio) come simbolo dell’arroganza e della prepotenza del Nord e di Roma ladrona.

Le dolenti note però non arrivano solo da questa scelta, ma anche dalla storia di chi ha gestito ed amministrato il Napoli – ieri come oggi – non sfruttandone le immense potenzialità. Tralasciando per mancanza di tempo, tutta la storia passata di cui però non si può sottacere i trionfi ottenuti quando c’era Diego Armando Maradona, il Napoli dei giorni nostri vive all’insegna di una sconcertante improvvisazione.

L’avvento nel 2004 del noto produttore cinematografico Aurelio De Laurentiis sulle ceneri di un fallimento, in cui le istituzioni calcistiche si sono comportate in maniera assai ambigua, sembrava aver rappresentato la svolta attesa da decenni. Gli esordi di De Laurentiis erano stati del resto abbastanza incoraggianti, con promesse di costruzione di una squadra fatta da napoletani ed una programmazione seria e lineare che incutevano speranze ed ottimismo nel cuore di tutti. I risultati sul campo poi gli stavano dando del tutto ragione, dal momento che il Napoli – ripartito dalla vecchia serie C1 – rapidamente è tornato in serie A, posizionandosi in pianta stabile nei piani alti della classifica.

Alimentando anche con una serie di avventati proclami (l’ultimo in ordine di tempo, lo scorso Luglio), con cui annunciava di voler lottare anche per lo scudetto. Peccato che sia il sogno di costruire un Napoli fatto interamente da napoletani (per l’occasione, ha ribattezzato in “scugnizzeria” il settore giovanile azzurro) che quello dello scudetto, si siano in realtà arenati.

L’investimento giusto che andrebbe nell'ottica di sviluppare il vivaio territoriale, nel settore giovanile, potrebbe essere fatto mandando gli scout non più in giro per l’Europa o per il mondo, ma molto più semplicemente per le strade di Napoli dove tantissimi ragazzini si divertono a trascorrere alcune ore della loro giornata, dando un calcio ed inseguendo non solo un pallone, ma anche un vero e proprio sogno. A parere di chi scrive, infatti, occorrerebbe fare un qualcosa di simile a ciò che accade – come abbiamo avuto abbondantemente modo di discorrere – con successo nei Paesi Baschi.

Dare la possibilità ogni anno a tantissimi ragazzini di poter un giorno indossare la maglia che fu – solo per citare alcuni esempi - di leggende come Maradona, Sivori, Altafini, Zoff e Zola, da un lato potrebbe permettere di alimentare un vivaio sempre ricco e pronto a fornire giocatori di talento alla prima squadra. Dall’altro – unitamente ad un modo di intendere il calcio che significhi anche e soprattutto formazione culturale e professionale – togliere dalle grinfie della camorra, tante potenziali nuove leve, perché si potrebbe abbinare l’aspetto ludico (quello calcistico o se vogliamo, comunque agonistico parlando di una polisportiva fatta sul modello del Barcellona, come fra poco vedremo quale idea da lanciare) a quello legato alla formazione ed alla cultura, visto che chi vuole far parte del Napoli, avrà anche e soprattutto l’obbligo di dover studiare.
La querelle dello stadio “San Paolo”, apre poi un'altra annosa questione sulla  mancanza di impianti e strutture sportive nella capitale del Sud. Lo Stadio “Collana” ed il palazzetto dello sport “Mario Argento” (scandalosamente chiuso da quasi 20 anni!), ci ricordano le evidenti colpe dei nostri amministratori pubblici nella gestione degli impianti agonistici e degli spazi di aggregazione. Non è infatti possibile che nel Terzo Millennio ci si ritrovi ancora con strutture vecchie, mal funzionanti se non addirittura inagibili. Ovvio che in presenza di una tale situazione anche per il De Laurentiis di turno, poi, qualche alibi lo si debba comunque dare. Nei Paesi Baschi e nella Catalogna, la politica fa la propria parte ed aiuta le realtà di quelle regioni ad esprimersi al meglio. Anche contribuendo con una burocrazia ridotta ai minimi termini, ad esempio, a velocizzare i tempi per la costruzione di uno stadio o di un palazzetto dello sport nuovi di zecca.

I modelli della polisportiva e dell’azionariato popolare risolverebbero, insieme ad una squadra fatta interamente da napoletani e meridionali, una serie incredibile di problemi. Nessun bisogno di acquistare costosissimi giocatori all’estero, vivaio sempre florido e pronto a fornire alla prima squadra elementi di ottima qualità, strutture sportive all’altezza della situazione e di proprietà dei cittadini, giocatori che sentirebbero fortissimo il senso di attaccamento alla maglia ed alla patria ausone, ragazzi strappati da cattive compagnie e dal rischio di essere assoldati dalle organizzazioni malavitose, società economicamente sane e con bilanci sempre in ordine ed infine la possibilità di formare anche mentalmente le nuove generazioni, con una cultura fondata sui veri valori sportivi ed il rispetto dell’avversario!

Il nostro ideale viaggio si conclude, facendo tappa nel profondo Nord, con un’amara riflessione. Ovvero a Busto Arsizio, dove un imprenditore napoletano (Francesco Forte, nda) un bel giorno ha fondato un’azienda che produce lingerie per uomo e per donna, con il nome bifronte di Yamamay.

Un marchio di grande successo, conosciuto ormai nel mondo della moda che sponsorizza una squadra di volley femminile che alcuni anni fa – come il Barcellona nel calcio – ha vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere. Scudetto, Coppa Italia e Coppa Cev (l’equivalente dell’Europa League calcistica, per rendere un po’ l’idea) finite nella bacheca di una società che da diversi anni, riesce ad allestire una squadra competitiva. Così come è accaduto quest’anno dove, all’indomani dell’ottimo e sorprendente secondo posto ottenuto alle spalle di un Piacenza quasi imbattibile, ha rinnovato profondamente la rosa, mantenendo come un’ossatura valida ed integrando le atlete migliori con altre di grosso spessore e giovani di sicuro avvenire. Il tutto in maniera concreta e senza inutili  e perniciosi proclami come invece, qualcun altro, come vedremo ha fatto.

La Yamamay di Busto Arsizio si è presentata alcuni giorni fa davanti ai propri tifosi in un PalaYamamay, già ribollente di entusiasmo perché il roster di quest’anno è assai competitivo, e lotterà senza mezzi termini per il titolo e tutte le competizioni in cui le biancorosse saranno impegnate.

La cosa che però fa più riflettere e che mette il dito nella piaga, è notare come un imprenditore napoletano abbia potuto trovare il meritato successo solo lontano da casa. Perché la storia di Francesco Forte non è affatto isolata, ed è solo la punta dell’iceberg di un problema ben più grosso: la mancanza del terreno adatto per poter fare impresa non solo a Napoli, ma anche e soprattutto nel resto del Sud.

C’è chi quando l’ha fatto, ha pensato bene di approfittarne per arricchirsi alle spalle nostre. Così come c’è chi invece ha preferito andarsene via, quando ha capito che non esistevano i presupposti per costruire qualcosa di positivo. Del resto, si sa che difficilmente si riesce ad essere profeti in patria. E questo grazie anche e soprattutto al comportamento della politica che non solo non fa nulla per risolvere problemi atavici, ma ha nelle organizzazioni criminali il proprio autentico braccio armato!
 
Francesco Montanino
                                                                          

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