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martedì 6 gennaio 2015

MA NAPULE E’ ANCORA ‘NA CARTA SPORCA…?


La prematura scomparsa del grande cantautore Pino Daniele, ha riproposto il tema del rapporto particolare che lega Napoli con i propri figli. In un’intervista rilasciata oltre 20 anni fa, Daniele affermò senza mezze misure di avere “un rapporto di amore/odio con la città”, evidenziando un problema che si trascina ormai da tantissimo tempo se pensiamo ai milioni di partenopei che in questi anni sono stati costretti ad emigrare altrove per trovare la fortuna che hanno poi avuto, o semplicemente per sopravvivere come ha fatto il sottoscritto. Anche in questo caso, sono evidenti le contraddizioni ed il conflitto sopratutto emotivo che anima quella parte sana di Napoli che non sopporta di vedere sbattuta la propria patria in prima pagina, alla stregua del peggiore dei mostri, insieme alle malefatte di chi da sempre ci fa portare “a nummenata” e ci getta “o’ scuorno ‘n guoll”!

E neppure di essere trattata alla stregua di un rinnegato, se solo osa porsi con un atteggiamento molto critico nei confronti di quei concittadini che con il loro deprecabile comportamento contribuiscono ad alimentare gli stereotipi e le odiose etichette su Napoli.

Tornando alle dichiarazioni forti di Pino Daniele, in questo articolo che inizialmente confesso avrei scritto solo per evidenziare l’ennesima occasione d’oro gettata alle ortiche dalla nostra classe politica sulla gestione dell’immagine di Napoli e della Campania durante le festività natalizie che ci siamo appena lasciati alle spalle, proverò ad analizzare cosa voglia esattamente dire un “rapporto di amore/odio”. Nella consapevolezza che tutto quanto proverò a scrivere potrebbe essere comunque riduttivo, non considerando tutti gli aspetti.

Qualsiasi figlio di Napoli ha un legame indissolubile ed ancestrale verso la propria città natale, anche se si trova a milioni di chilometri di distanza. Nel mio piccolo, ne sono un esempio. Anche se mi sono dovuto trasferire per esigenze lavorative e non solo al Nord da ormai quasi 10 anni, guai a chi mi tocca Napoli.

Senza voler mancare di rispetto per nessuno, reputerò per l’eternità l’antica Partenope la città più bella del mondo. E del resto se il grande scrittore tedesco Wolfgang Goethe disse “vedi Napoli e poi muori”, una ragione ci sarà. Gli scorci panoramici con cui si può ammirare il lungomare ed il Vesuvio da Posillipo e dal Vomero sono un qualcosa di ineguagliabile e di irripetibile. Una storia secolare ed una serie di monumenti a cielo aperto che testimoniano il passaggio delle tante dominazioni che si sono avvicendate nel corso degli anni, rappresentano un tesoro di inestimabile valore che però purtroppo non si è mai stati in grado, se non voluto e saputo adeguatamente sfruttare.

Perché è proprio per questa ragione che esiste l’altra faccia della medaglia, ovvero quella dell’odio. Un odio che però è quello tipico della persona innamorata e che si sente tradita, perché ogni anno sono tantissimi i napoletani che sono costretti a scappare via dalla propria terra natìa. Se ne vanno perché questa città – e mi provoca un senso di profonda amarezza e dolore solo scriverne – non fa davvero nulla per trattenere le forze sane. Ed anzi a volte addirittura le maltratta! Esistono tantissimi casi di successo nell’imprenditoria e – come esporrò più avanti – anche nel campo delle arti, di napoletani che hanno avuto successo una volta che se ne sono andati dalla propria città.


Un sistema clientelare, fatto di raccomandazioni quasi sempre volte a premiare gli inetti e gli incapaci, unito ad un’omertà imposta dalla presenza del tumore camorristico (autentico braccio armato – e non mi stancherò mai di ripeterlo – di questo regime che ci asfissia da oltre 150 anni) e ad una classe politica collusa e corrotta, sono le principali cause dei mali di Napoli che alimentano anche la tendenza alla crescita ed alla proliferazione di atteggiamenti prevaricatori, arroganti e furbeschi esercitati da quella parte di popolazione che si sveglia con il solo intento di fregare il prossimo. Se è vero che sono inaccettabili gli stereotipi con i quali veniamo giocoforza sempre descritti, è pur altrettanto vero che non si può negare l’esistenza di un autentico malcostume, ugualmente intollerabile basato sul ritenersi “più furbo degli altri”. Un conto è l’arte di arrangiarsi che diventa una virtù preziosa nei momenti più difficili, altro è invece carpire la buona fede altrui solo per uno squallido tornaconto personale.

Fatta questa opportuna premessa, adesso si potrà analizzare il rapporto di amore/odio considerando il vissuto di quei grandi artisti che hanno dato lustro ed onore a Napoli in tutto il mondo.

Anche qui, parliamo di una storia secolare: partiamo dal grande compositore Enrico Caruso che fu costretto ad andarsene in America per avere il successo che la sua inconfondibile voce meritava, dal momento che la sua Napoli lo trattò assai male. Preferii venire a trascorrere all’ombra del Vesuvio gli ultimi anni della sua vita, provando anche a fare qualcosa per la città che di tutta risposta gli dedicò un busto che come evidenziammo diversi anni fa versava in condizioni pietose, visto che era sepolto da una coltre di immondizia!!!!

Per avvicinarci ai nostri giorni, neanche Totò ed Eduardo De Filippo se la sono passati poi molto meglio, anche se per diverse ragioni. Antonio De Curtiis, ovvero il “principe della risata” è stato riabilitato solo una volta che è morto, perché da vivo la sua impareggiabile comicità non trovava il favore della critica e del pubblico. Una volta passato a miglior vita, tutti a stracciarsi ipocritamente le vesti ed a decantarne l’incredibile ed indiscusso talento. Oggi rappresenta uno dei miti di Napoli, insieme a quell’altro mostro sacro che si chiama Eduardo De Filippo e che ha fondato una compagnia teatrale ormai celeberrima in tutto il mondo. Non starò certamente qui a parlare dei suoi capolavori, ma quel “fujetevenne” urlato ai quattro venti e rivolto a chi non viene messo nelle condizioni di poter vivere a Napoli rappresenta un grido di dolore che riecheggia ancora in maniera fortissima. E che a distanza di anni, fa sempre male ammettere che purtroppo è ancora di strettissima attualità.

Diverso è il discorso che va fatto per Pino Daniele che dal punto di vista artistico ha saputo, sulla scia di una tradizione che ci accompagna ormai da secoli, essere un grande interprete della contemporaneità di Napoli. L’uomo di blues (così come amava autodefinirsi) ha saputo mescolare suoni della tradizione napoletana con altri stili musicali, dando vita a quel “Napolitan Sound Power” con il quale si è fatto conoscere in tutto il mondo. Tantissime le collaborazioni anche prestigiose, che testimoniano le sperimentazioni e le contaminazioni artistiche cui Daniele nel tempo ci ha abituati. Nulla a che vedere con l’odioso e nauseante lamento neomelodico incarnato da quel Gigi D’Alessio, sul quale avrò modo di dedicare più di una riflessione nel prosieguo di questo articolo.

Resta il rammarico per la prematura scomparsa di Pino Daniele perchè avrebbe ancora potuto dire e fare tanto, dal momento che la classe non è acqua. E che lui sotto quell’aspetto ne aveva ancora da vendere.

Così come avrebbe – e qui nasce la critica – potuto e dovuto fare qualcosa di concreto per la Napoli, di cui è stato ambasciatore in tutto il mondo e grazie alla quale ha avuto il successo di pubblico e di critica che negli anni ha meritatamente ricevuto.

A Roma, Renato Zero si battè per la fondazione di una struttura, chiamata “Fonopoli”, dove si sarebbero potuti riunire tutti quelli che hanno la passione della musica, della danza e del teatro, dimostrando di saper ricambiare il successo. Lasciando comunque una testimonianza tangibile del proprio passaggio su questa Terra che niente e nessuno potrà mai cancellare. Questo è uno degli appunti che mi sento di muovere a Pino Daniele che ha deciso, come tutti sappiamo, di trascorrere gli ultimi anni della sua purtroppo breve esistenza lontano da quella Napoli che invece lo porterà per sempre dentro di se.
Il progettto di "Fonopoli" di Renato Zero
Non si può però, in questa sede, sottacere delle colpe lapalissiane della classe politica (di ieri, come di oggi) che non fa proprio niente per alimentare progetti di crescita e di sviluppo di una città bellissima, ma condannata a non emanciparsi mai. Manca ad esempio un punto di aggregazione che possa far conoscere ai giovani ed alle future generazioni la secolare cultura artistica napoletana, dal momento che abbiamo avuto eccellenze in tanti campi. Ritengo infatti che un popolo che non ha memoria storica, non potrà mai avere un futuro.

Come avevo accennato, avrei voluto scrivere questo articolo semplicemente per far notare a tutti come anche stavolta l’amministrazione comunale partenopea guidata da Giggino De Magistris abbia perso l’ennesima occasione per favorire il rilancio turistico di Napoli durante queste festività. Spiego subito il perché.

Invece di far esibire il solo Giggino “o’ stunato” (per gli amici, D’Alessio) nell’imponente proscenio di Piazza del Plebiscito a Capodanno, il primo cittadino avrebbe piuttosto potuto e dovuto creare un ricco cartellone artistico e musicale, trasformando per l’occasione Napoli in un ideale punto di riferimento per quei turisti affamati non solo di buon cibo, provenienti da tutto il mondo.

La mia idea era quella di riunire per inaugurare il 2015 tutti i cantanti napoletani, in una piazza gremitissima di gente con uno spettacolo da vendere attraverso un’abile operazione di marketing che avrebbe rimpinguato le esangui casse comunali, senza andare – una volta tanto – ad incidere sulle svuotate tasche dei cittadini.

Avrei per l’occasione fatto esibire non solo il gracchiante D’Alessio, ma anche (e solo per fare gli esempi che ora mi vengono in mente) Pino Daniele, James Senese, Tullio De Piscopo, Massimo Ranieri, Enzo Gragnaniello, Nino Buonocore, Nino D’Angelo, Tony Esposito, Edoardo ed Eugenio Bennato, in un palinsesto musicale capace di soddisfare ed essere realmente rappresentativo di tutti i partenopei. E siccome oltre ai moderni ed affermati interpreti della napoletanità musicale, si affianca una tradizione altrettanto meravigliosa di canzoni classiche, anche la Nuova Orchestra Italiana di Renzo Arbore che ci avrebbe allietato con successi come “O’ surdato ‘nnamurato”, “O’ sole mio”, “Malafemmena” e chi più ne ha più ne metta.

Inoltre a Napoli esiste un teatro, il “San Carlo” che è il più grande di Europa e che tranquillamente – insieme ad altre strutture prestigiose esistenti in Campania, in un progetto che avrebbe coinvolto la Regione – avrebbe potuto ospitare uno spettacolare concerto di musica classica, che invece come tutti sappiamo si tiene a Vienna e viene visto in televisione da un miliardo di persone in tutto il mondo.

Provate solo per un istante ad immaginare, l’incredibile ritorno in termini di prestigio oltre che naturalmente economici, che la capitale del Sud e la Campania avrebbero potuto avere, se solo qualcuno avesse avuto la brillante idea di concepire un’operazione del genere.

Ed invece, cosa resterà di queste festività natalizie e di fine anno? La vergognosa chiusura al pubblico degli scavi di Pompei e la squallida esibizione di Giggino “o’ stunato” D’Alessio ed i suoi ancora più inguardabili amici, in quel di Piazza del Plebiscito a Capodanno! Rigorosamente a spese nostre, dal momento che lo scempio musicale è stato pure finanziato dal Comune di Napoli!
Il Real Teatro San Carlo di Napoli
Due memorabili figuracce, che consegnano al mondo un immagine brutta e decrepita della nostra terra, perché non è possibile (e qui mi rivolgo direttamente al Ministro dei Beni Culturali, Franceschini) non poter accogliere chi si sobbarca un viaggio lunghissimo per ammirare uno dei principali attrattori culturali presenti sul nostro territorio, facendolo trovare desolatamente chiuso.
Così come il sindaco esibizionista e prezzemolo De Magistris, lo scorso Ferragosto poteva e doveva concepire qualcosa di ben più lungimirante ed ambizioso che non un miserabile baccanale, ad uso e consumo di una “certa” parte di Napoli nella quale non potrò mai identificarmi. Ci sarebbe molto da dire e da scrivere sull’ambiguità da sempre mostrata da Giggino “o’ stunato” e dalle sue frequentazioni di provenienza assai dubbia. Basti solo dire che questo personaggio non perde l’occasione ed il tempo per dare una pessima immagine di sé, non solo dal punto di vista artistico con una musica scadente e cafona ma anche umanamente. Ho ritenuto piene di ipocrisia sia le sue dichiarazioni a proposito dello scandalo della terra dei fuochi che le sue lacrime di coccodrillo versate in occasione della scomparsa di Pino Daniele. Quando pure i vasoli ed i sampietrini sanno benissimo che i rapporti fra questi due cantanti sono sempre stati tutt’altro che idilliaci, ed hanno anzi alimentato un acceso dibattito tra i rispettivi fan.

Del resto, il D’Alessio che rappresenta la Napoli priva di valori e di riferimenti si pone sulla scia, in quanto ad esibizionismo ed ipocrisia, del primo cittadino. Quel Giggino “o’ magistrato” che in questi mesi è sempre stato oggetto delle nostre critiche e che si è evidenziato più per iniziative a dir poco discutibili che non per la reale concretezza nella risoluzione degli atavici problemi che attanagliano la mia città.

L’avevamo lasciato nel bel mezzo di una polemica scoppiata con il presidente del Calcio Napoli, Aurelio De Laurentiis per l’annosa questione della gestione dello stadio “San Paolo” che versa in condizioni pietose e che non è mai stato oggetto di una seria opera di ristrutturazione dai tempi dei mondiali del 1990! In un’altra sede mi riprometto di affrontare il problema della carenza delle strutture sportive e del degrado di quelle esistenti a Napoli, che sono una delle spine nel fianco di questa amministrazione comunale, incapace di dare risposte serie alla cittadinanza.

E buona solo ad autoproclamarsi inopportunamente “vincitrice”, così com’è successo quando il Napoli ha recentemente conquistato la Supercoppa a spese della Juventus. Premettendo che è sempre cosa buona e giusta vincere al cospetto di una squadra che rappresenta il centralismo ed il ladrocinio itagliani, oltre che essere l’ideale erede storico della metifica casata dei Savoia, mi ha dato particolarmente fastidio che il sindaco di Napoli abbia parlato in quell’occasione di “riscatto di un intero popolo”.

Una parola che, a mio sommesso parere, potrà piuttosto essere scandita in maniera forte e convinta soltanto quando a Napoli non ci troverò più una cartaccia per terra, la gestione dei rifiuti sarà degna di una città civile, non esisterà più la piaga della camorra e soprattutto l’andarsene altrove tornerà ad essere una scelta, e non più una necessità come invece accade da tantissimi anni a questa parte. E di strada per poter parlare di “riscatto”, Napoli ne deve ancora fare tantissima.

Non contento, lo stesso “sindachino” ha fatto altrettanto in occasione della morte di Pino Daniele quando anche qui, non è un mistero che i rapporti fra l’attuale amministrazione comunale ed il grande cantautore non erano proprio dei migliori.
 

Ma Napoli continuerà ad essere – come intonava il compianto cantautore – “una carta sporca”, sino a quando i nostri concittadini non la smetteranno di eleggere i soliti noti ed a fottersene altamente di un tesoro, il cui potenziale aspetta solo di essere adeguatamente utilizzato!

Francesco Montanino

                                                       

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