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sabato 25 luglio 2015

SALVATORE GIULIANO, EROE O BANDITO? ECCO TUTTA LA VERITA’...



E’ trascorso oltre mezzo secolo dalla sua morte, ma ancora oggi restano avvolte nel mistero le vicende che videro coinvolto Salvatore Giuliano, e la sua eroica lotta per l’indipendenza della Sicilia.
Già avemmo modo di occuparcene oltre 10 anni fa, quando uscì nelle sale cinematografiche – naturalmente nella più totale ed ovvia indifferenza, per ragioni di Stato – il film “Segreti di Stato” che aveva provato a ricostruire la vicenda, imperniandosi sulla figura assai ambigua e controversa, come vedremo più avanti, di Gaspare Pisciotta.
Una pagina di storia su cui non è mai stata fatta vera chiarezza, perché assai scomoda per il regime di Roma ladrona che non ha esitato a scendere a patti con la mafia. Confermando, ancora una volta, la propria natura criminale e liberticida.
Quello che da sempre è stato ignobilmente etichettato quale “bandito”, in realtà era un vero e proprio PATRIOTA. Nel senso più pieno e più nobile di questo termine, considerando che Giuliano non avrebbe MAI agito contro la sua gente. E men che meno sparato, considerando ciò che avvenne a Portella della Ginestra l’1 maggio 1947.
Ma com’è nata la leggenda di quello che fu a giusta ragione definito il “Robin Hood” della Sicilia? Tutto inizia nel lontano 1943, quando gli americani si stavano apprestando a liberare un’isola martoriata dalla guerra, dalla fame e dalla povertà dall’oppressione nazifascista. All’epoca era vietato il contrabbando, ed in un contesto in cui i generi di prima necessità scarseggiavano, le autorità dell’epoca per fronteggiare la crisi avevano disposto l’ammasso del grano. Questo costrinse i contadini a privarsi del raccolto ed a sopravvivere con le tessere. Anche perché le vessazioni del regime, impedivano alla maggioranza della popolazione di potersi sfamare in quanto il grano non poteva né essere nascosto, né tantomeno essere macinato con la stretta sorveglianza dei mulini in atto. 

Ma nonostante gli assurdi divieti, Giuliano era riuscito a fabbricare un piccolo mulino attraverso cui produceva farina che regalava alla propria gente. Un aspetto, quello del legame fra questo patriota e la terra natale, che non si è mai interrotto a dispetto di quello che questo stato ladro ed accattone ha sempre voluto – come vedremo più avanti – farci credere. Quando il fratello maggiore venne richiamato in guerra, Salvatore poco più che ventenne dovette farsi carico della propria famiglia.
Ed il 2 settembre di quello stesso anno, incappò nel controllo di una pattuglia composta da due guardie campestri e due carabinieri. Inutilmente, il giovane Salvatore provò a spiegare e ad implorare gli uomini di legge che gli confiscarono 2 sacche di 40 kg. di grano ciascuna, insieme al mulo con cui le stava trasportando. Le guardie volevano portarlo al presidio militare americano, dove esibì i propri documenti. Ma nemmeno questo riuscì a convincere i militari che lo persero per un attimo di vista, quando videro passare dei veri contrabbandieri. Giuliano provò a quel punto a scappare, ma le guardie se ne accorsero e spararono dei colpi che lo ferirono al fianco. L’ordine impartito al carabiniere Giuseppe Mancino fu quello di finirlo, nel caso fosse ancora ferito. Ma Giuliano, sentendo ciò, fu più veloce di lui e lo ferì gravemente con la pistola che teneva nascosta nello stivale. 
Il militare dell’Arma morì il giorno dopo a Palermo, mentre Salvatore Giuliano dopo un mese trascorso fra la vita e la morte, guarì e si rifugiò sulle colline intorno a Montelepre. Alla vigilia di Natale del 1943, allo scopo di catturarlo, le autorità – pensate un po’ – disposero lo spiegamento nel paese di addirittura 800 carabinieri! Non riuscendovi, per rappresaglia arrestarono 125 persone fra cui il padre di Giuliano, che fu picchiato a sangue da un graduato.
L’episodio scatenò l’ira del patriota che, per tutta risposta, attaccò i convogli che attendevano in piazza provocando la morte di un carabiniere ed il ferimento di un altro militare dell’Arma.
Iniziò, come si avrete potuto capire, una vera e propria caccia all’uomo, senza sosta. Giuliano riuscì sempre a scappare ed anzi nel febbraio 1944 addirittura riuscì a liberare 8 monteleprini ed a costituire il primo nucleo di guerriglieri. Il 15 maggio 1945 ottenne i gradi di colonnello ed il comando per la Sicilia Occidentale dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, nda) e le Brigate Partigiane Siciliane.
Alla fine del 1945, iniziò la vera guerra contro "l’Itaglia", con una serie di attacchi contro le caserme e diverse battaglie combattute e vinte fra cui spiccano quelle di Monte d’Oro, Calcerame e Monte Cuccio. Le azioni a tenaglia, portate avanti per la parte militare, dall’EVIS, e per quella politica del MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, nda) trovarono il gradimento di ampi strati della popolazione. Ed in forza di ciò, il Governo invasore itagliano ed il Re d’itaglia Umberto II, approvarono lo “Statuto Siciliano” che di fatto rendevano l’antica Trinacria una nazione confederata. La popolarità di Salvatore Giuliano, grazie a questa straordinaria vittoria, intanto era salita alle stelle tanto che fu considerato come il simbolo della ribellione del Sud ed il “Robin Hood della Sicilia”, per la propria generosità.
La storia poi continua, con il referendum che vide la nascita della Repubblica e la fine della monarchia, l’Assemblea Costituente e le prime elezioni dopo il crollo del regime fascista. L’allora Ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, fece approvare un decreto di amnistia con cui furono cancellati i reati comuni, politici e militari.
Nonostante questa legge che permise a tutti quelli che avevano combattuto per l’EVIS di tornare nelle proprie case, il maresciallo dei Carabinieri Calandra aveva denunciati per reati comuni tutti coloro che per lui appartenevano a Giuliano. Senza però riuscirvi, perché intanto erano tornati nelle montagne.
Ma il tradimento stava per consumarsi. Al regime partitocratico che nel frattempo si era insediato, non andava per nulla bene una Sicilia libera ed indipendente dal giogo centralista. Ed ecco che la trattativa con la mafia, era l’unico mezzo con cui potersi sbarazzare di un personaggio così scomodo come Salvatore Giuliano. Il 20 aprile 1947 bisognava tornare alle urne, e Giuliano che sosteneva l’esponente del MIS repubblicano e democratico, Antonino Varvaro, aveva preso accordi con l’esponente del PCI, Giuseppe Li Causi. Il patto prevedeva che quest’ultimo avrebbe fatto confluire i voti dei comunisti indipendentisti dell’isola sulla figura di Varvaro, con Giuliano che avrebbe finanziato la campagna elettorale. Nonostante l’impegno economico che fu poi effettivamente mantenuto da Giuliano, Li Causi venne meno ed il candidato Varvaro non fu eletto.

L’episodio suscitò la profonda indignazione di Giuliano che a quel punto intendeva denunciare il comportamento scorretto di Li Causi alla festa dell’1 maggio che si sarebbe svolta a Portella della Ginestra.
L’intenzione era quella di esplodere alcuni colpi in aria per catturare il traditore e farlo poi giudicare dai convenuti. Ma le cose andarono purtroppo ben diversamente, perché fra i propri uomini c’erano anche degli infiltrati della polizia e della mafia che avevano ordito un vero e proprio complotto. L’ispettore Messana, da un lato, avvertì Li Causi di non andare a Portella della Ginestra. Dall’altro, alcuni esponenti mafiosi della zona invece di sparare in aria non esitarono a sparare agli inermi cittadini. Fu una vera e propria strage, con 11 morti e 27 feriti, la cui responsabilità è stata sempre addebitata da libri di scuola ipocriti e bugiardi allo stesso Giuliano che mai avrebbe sparato alla propria gente.
Furono inutili le sue tantissime giustificazioni, perché per oltre mezzo secolo lo hanno fatto passare come un bandito. Quando in realtà non poteva assolutamente essere, come testimoniano le recenti analisi delle perizie balistiche, i verbali di sopralluogo e soprattutto il ritrovamento di schegge di granate nei corpi che né Giuliano, né tantomeno i propri uomini NON AVREBBERO MAI POTUTO AVERE!


Un complotto vigliacco, ordito secondo quelli che sono sempre stati i dettami di un regime vigliacco ed arrogante come quello itagliano che non ha mai esitato a giocare sporco, quando le circostanze glielo hanno permesso. La trattativa stato – mafia affonda le proprie radici, probabilmente, proprio in questa vicenda dove intanto la credibilità dello stesso Giuliano aveva subito un durissimo colpo. I partiti di quella sinistra, cui si è sempre ispirato, lo ritenevano colpevole dell’eccidio di Portella della Ginestra e lo abbandonarono. Decise a quel punto di appoggiare gli esponenti della DC, nelle elezioni del 1948, chiedendo in cambio di avere l’amnistia. Ma anche stavolta, una volta ottenute le poltrone (la loro vera ragione di vita!), i democristiani pensarono bene di tradire l’accordo, proponendogli di arrendersi o di espatriare. E questo nonostante l’impegno che Giuliano, anche stavolta, aveva profuso.
Era ormai chiaro a tutti che la strategia intrapresa dalla canaglia itagliana era quella di isolarlo: nella seconda metà di quello stesso anno, i nuovi governanti inviarono i carri armati con lo scopo di rastrellare e deportare tutte le persone dai 15 anni in su. Ben 3.000 persone, fra cui tutti i parenti dello stesso Giuliano che denunciò a giornali, magistrati e politici i maltrattamenti e le vessazioni che stavano subendo. Non servì a nulla, ed ecco che riprese le azioni di rappresaglia contro le caserme ed i militari, ingaggiando delle violentissime battaglie.
Lo Stato "itagliano" capì che bisognava corrompere i suoi più stretti collaboratori, insieme alla mafia che vedeva in Giuliano un grosso ostacolo per poter svolgere liberamente per le proprie attività illegali. E fu così che, con la promessa dell’amnistia, Gaspare Pisciotta e Nunzio Badalamenti (che poi venne ufficialmente arrestato) lo uccisero nel sonno in una casa colonica chiamata “Villa Carolina”, a metà strada fra Pioppo e Monreale. Vittima dunque di un infame e vigliacco tradimento, a dispetto di quello che la storiografia ufficiale di questo regime centralista carogna ha sempre voluto farci credere dal momento che il 5 luglio 1950 il corpo di Giuliano fu trasportato a Castelvetrano dove venne simulato uno scontro a fuoco con i carabinieri, che si attribuirono il merito di averlo ucciso!
Lo stesso Pisciotta sarebbe stato poi avvelenato con la stricnina durante la sua detenzione al carcere dell’Ucciardone, a Palermo. Altro mistero che si aggiunge alle tante menzogne che sono state raccontate su Salvatore Giuliano, riguardano le inquietanti dichiarazioni rilasciate proprio da Pisciotta al momento della cattura, a proposito della strage di Portella della Ginestra, sulla quale non si è mai voluta fare piena chiarezza. 

Il traditore Pisciotta aveva infatti tirato in ballo, fra gli altri, quali mandanti materiali dell’eccidio, l’allora Ministro degli Interni Mario Scelba ed il deputato DC Bernardo Mattarella, padre dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio, e di quel Piersanti che era stato anche lui ammazzato dalla mafia!
Uno dei tanti segreti di stato che vedono protagonista una Sicilia a cui basta solo mettere le persone giuste che vogliono solo il suo bene, per potersi affrancare dalla cappa centralista e mafiosa che da oltre 150 anni la sta costringendo a vivere molto al di sotto delle proprie immense possibilità! L’indipendenza – come avrete potuto capire - era ed è ancora oggi una brutta gatta da pelare tanto per lo Stato "itagliano", quanto per la mafia, che rischiano di vedersi sfuggire la Sicilia.

Francesco Montanino


























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1 commento:

  1. La gente prima di aprire la bocca cosi tanto per prendere aria deve sapere prima la storia e le verità che fanno comodo nascondere a chi è al potere.

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