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mercoledì 16 novembre 2016

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE FRA IL FALLIMENTO DELLE REGIONI ED IL TRAMONTO DEL DIBATTITO SUL FEDERALISMO




Il referendum del 4 dicembre non rappresenta un appuntamento elettorale pro o contro chicchessia, perché – se dovessimo far fede a chi propone da un lato della barricata il SI’ e dall’altro, invece, il NO – non resterebbe far altro che restarsene comodamente a casa. Ma siccome si tratta di un momento in cui è in ballo l’assetto organizzativo di questo paese in avanzato stato di decomposizione, vale piuttosto la pena provare ad analizzarne nel merito (e senza dunque opinioni preconcette) il contenuto.
Nel quesito è indicato che bisogna dire sì o no alla soppressione del CNEL, al contenimento dei costi della politica e della riduzione del numero dei parlamentari (nella fattispecie, il Senato). Ultimo, ma non meno importante, è la ridefinizione delle competenze attualmente in mano alle Regioni, con la previsione – almeno così sembrerebbe – delle Macroregioni. E proprio quella delle macroregioni rappresenta una novità assoluta. Nemmeno durante i governi di centrodestra in cui era presente la Lega Nord, è stato introdotto anche un minimo di federalismo (o quantomeno qualcosa che ci somigliasse). Solo tante parole, cui però non hanno mai fatto seguito i fatti. L’inserimento nel quesito referendario è qualcosa di positivo ed al tempo stesso apprezzabile. 
Ma resta da capire in che modo ciò verrà attuato. Perché nella proposta di riforma Renzi-Boschi è prevista la macroregione ma non sono affatto specificati i tempi ed i modi con cui verrà poi attuata questa vera e propria trasformazione, dal punto di vista istituzionale. Inoltre, a rendere ancora più confuso lo scenario c’è anche la previsione di dover attribuire certe funzioni che oggi la Costituzione assegna alle Regioni, allo Stato. Scompariranno del tutto le Province, ed infine è prevista una maggiore incidenza di autorità sovranazionali (l’Unione Europea) nelle decisioni prese dal Parlamento.
Ma partiamo dall’analisi dei punti più importanti. Nell’articolo 57 comma 2 della nuova Costituzione, viene disciplinato il nuovo Senato che non sarà più elettivo e che verrà composto da 100 membri (95 nominati dalle Regioni ed i restanti 5 saranno a vita, con durata settennale). Un punto assai controverso perché,  se è vero che il numero dei senatori verrà sensibilmente abbassato (dagli attuali 315, ci sarà un dimezzamento di 2/3), è altrettanto vero però che mancherà la caratteristica dell’elettività. E ciò sicuramente non depone a favore, perché da convinti federalisti, riteniamo sempre di fondamentale importanza che le istituzioni siano elette in quanto espressione della volontà dei cittadini. E non certo delle segreterie dei partiti.
Se proprio andava fatto uno sforzo per abbattere i costi della politica, si poteva tranquillamente sopprimere il Senato e portare a non più di 400 il numero dei deputati. Inoltre, si poteva introdurre – sempre per il principio di una maggiore sinergia fra cittadini ed istituzioni – anche l’elezione diretta del Capo dello Stato che, ancora oggi, viene eletto dal Parlamento ed è quanto di più lontano dalla volontà e dalla sovranità popolare.
Andando avanti, notiamo un altro aspetto che non ci convince: l’articolo 71, prevede l’innalzamento del numero di elettori necessario affinché il popolo possa proporre una legge, con i relativi articoli. Ad onor del vero, quasi nessuno conosce questa possibilità di legiferare, ma il voler portare a 150.000 (dagli attuali 50.000) il quorum affinché i cittadini possano avanzare una loro legge, sembra un ulteriore segnale di allontanamento fra chi detiene il potere e chi – con l’esercizio del voto – permette ai parlamentari di prendere decisioni. 
Ma il piatto forte della proposta di riforma della Costituzione è senz’altro l’attribuzione di un gran numero di poteri oggi spettanti alle Regioni. Lasciando ai giuristi ed ai tecnici il compito di fotografare meglio certi aspetti di questo articolo, la prima impressione che si riceve è che siamo di fronte ad un incredibile svuotamento del ruolo delle Regioni.
Sono davvero tante le devoluzioni allo stato centrale, e ciò non può non portarci ad una profonda riflessione sul ruolo di questa istituzione territoriale che – indipendentemente dal fatto che vincano i SI’ o i NO – è FALLITA! Lo scriviamo a caratteri cubitali perché già la stessa Costituzione del 1946, era il frutto mal riuscito di un compromesso fra un assetto centralista ed uno che non si sa se mirasse ad un decentramento spinto o ad un qualcosa che richiamasse all’autonomia, anche perché va ricordato che all’epoca riecheggiavano le lotte del patriota Salvatore Giuliano, in Sicilia.
L’attribuzione di competenze che riguardano – solo per citarne alcune - anche i rapporti con l’Unione Europea, la protezione civile ed anche la previdenza sociale, la tutela e la sicurezza del lavoro allo Stato, decretano in sostanza il fallimento dell’idea delle Regioni, così come sono state concepite dall’Assemblea Costituente. Lo strumento che doveva fare da collante fra i territori e lo Stato si è di fatto trasformato in un mezzo attraverso cui politicanti di professione ed intrallazzari vari (ci viene in mente ad esempio Antonio Berisha, detto “Bassolino”): queste sono state le Regioni negli ultimi anni. E ad avvalorare tale tesi, c’è anche la totale eliminazione delle Province che nella nuova riforma scompariranno e diventeranno solo uno sbiadito ricordo. 
Ci eravamo illusi che la Lega Nord dei primordi potesse cambiare questo status quo, ma non è stato così. Esaurita la spinta propulsiva e rivoluzionaria della prima ora il Carroccio, con il passar del tempo, ha fatto piazza pulita dei propri elementi di spicco come Miglio e . E con il tempo si è appiattito su posizioni decisamente centraliste, così comprovato dall’alleanza con Berlusconi ed il centrodestra.
Così come abbiamo avuto modo di constatare, abbiamo assistito ad una vera e propria deriva statalista che con Salvini ha raggiunto il proprio culmine. Matteo 2, ormai, non può più essere considerato un valido interlocutore su quelle tematiche che invece erano state il cavallo di battaglia per molti anni del suo predecessore, Umberto Bossi. Quello stesso Bossi che – ricordiamo bene – ha tradito gli stessi ideali di libertà e di affrancamento dall’oppressione romana che gli erano valsi il sostegno del suo popolo ed avevano aperto il cuore alla speranza in chi, come noi, da sempre vorremmo un cambiamento radicale nell’organizzazione amministrativa di questo sgangherato e ridicolo paese.
Da movimento territoriale e che dichiarava di distruggere il centralismo romano e di volersi battere per l’indipendenza della Padania, la Lega Nord è ormai diventato un partito di estrema destra, assimilabile al pattume di Fratelli d’Ita(g)lia e Casapound. Il federalismo purtroppo non rientra più nei programmi politici di quello che una volta era il “Carroccio”. E la campagna elettorale di questo referendum, rappresenta l’ennesima occasione persa confermando casomai ce ne fosse ulteriormente bisogno, la totale miopia politica dell’establishment della Lega 2.0. Invece di continuare a considerare questa consultazione popolare un pronunciamento contro Renzi, Salvini poteva piuttosto contestare nel merito, il contenuto della proposta di riforma costituzionale. Ma, invece, nulla di tutto questo è stato fatto. E dunque, permane il vuoto nel dibattito politico sul tema del federalismo. Tema ormai del tutto abiurato, ed è un vero peccato.
Perché, e lo ripetiamo ancora una volta, chi uscirà veramente sconfitta da questa tornata referendaria – indipendentemente da quello che sarà poi l’esito – è l’idea delle Regioni, così come sono state concepite ed hanno funzionato dal 1946 ad oggi. I veri federalisti devono a questo punto trovare – ora più che mai - la quadra su pochi, ma chiari punti per presentarsi in maniera unitaria al momento delle elezioni che percepiamo sempre più vicino. La sfida di domani, sarà infatti quella di superare il dibattito sulle Regioni che ormai hanno fallito e riproporre piuttosto l’idea delle Macroregioni, introdotte dall’indimenticato professore Miglio non più tardi di 20 anni fa. L’alternativa – stando così le cose – è quello di assistere ad una deriva autoritaria, con conseguenze del tutto imprevedibili.

Francesco Montanino

Lega Sud - Ausonia

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